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La mossa del Grillo: disdetta nazionale del canone Rai.

Pubblicato da ikonovel su 16 Maggio, 2008

Grillo annuncia entro poche settimane la sua prossima mossa: la disdetta del canone Rai.
Alla fine dello scorso anno postai un articolo sul Malessere e lo sciopero fiscale. Mi chiedevo a quel tempo come mai nessuno ci pensasse in Italia. In effetti non era vero che la cosa fosse del tutto nuova, c’erano state due “scappatelle”, una di un personaggio della Confindustria e l’altra dell’immancabile Umberto Bossi (secondo me lo sciopero fiscale l’Umberto ce l’ha sempre in tasca, nascosto).
Scrivendo l’articolo mi resi conto che l’argomento è un tabù a doppia faccia. Coloro che hanno simpatie di destra ritengono che un contribuente (se stessi soprattutto) ha tutto il diritto di eludere o evadere se ne ha la possibilità, ma le tasse le devono pagare tutti (soprattutto gli altri) e per intero. Quelli invece che hanno idee di sinistra ritengono che le tasse siano una sorta di spartiacque tra la civiltà e la barbarie. Se le paghi sei civile, se no sei un animale. E la cosa finisce lì, non c’è nessuna critica da fare, per entrambi una volta che esiste una tassa essa è un sacrificio e si deve pagare. Che sia giusta nel modo e nella misura NON è argomento possibile.
Insomma, un vero e proprio Tabù.
Ma non è sempre stato così. Anzi. Se guardiamo alla storia d’Europa sono moltissime le occasioni in cui il popolo si è battuto per la riduzione o la modifica dell’imposizione fiscale, sia nei confronti dei padroni, dei nobili che addirittura della Chiesa.
Quindi il tabù è recente. Ed è il frutto della quarantennale campagna antievasione condotta con ogni mezzo in Italia. Sacrosanta, per carità. Per lo più inutile, com’è sempre stato evidente. E l’unico effetto vero è stato quello si determinare un Dogma Democratico (come la verginità di Maria).
Se si fosse in vera democrazia, se ne potrebbe parlare.
Grillo, da vero agente agitatore delle coscienze politiche, non lo fa.   Sa benissimo che l’argomento tasse è tabù per almeno l’80% dei suoi sostenitori. Non può dire “Non paghiamo più le tasse”, per una quantità di ragioni, non ultima il fatto che sarebbe tacciato di interesse personale, esattamente come Berlusconi.
E allora attacca con quella grandissima cazzata del Canone Rai, psicologicamente connessa alla battaglia dell’informazione, ma considerata dalla Guardia di Finanza come un’imposta slegata dal servizio radiotelevisivo. E’ scritto a chiare lettere nelle comunicazioni dell’Ente che riscuote. E parla di disdetta, non di sciopero fiscale.
Grillo si è trovato un cavallo di troia per la rivoluzione fiscale: facciamo partire la campagna per non pagare il canone, tanto scade l’anno prossimo, nel frattempo creiamo un guazzabuglio, perchè lo Stato dirà che è un’imposta e i cittadini invece che è un servizio. Cosa succederà? Dipende dagli Uffici delle Entrate. Se, e solo se, allo sciopero fiscale del canone parteciperà più del 30% della popolazione, non partirà alcuna pratica sanzionatoria. Non è possibile escutere con pignoramenti sei milioni di famiglie (perchè i finanzieri hanno famiglia, amici e conoscenti). Il sistema si blocca, lo sciopero vince e l’ oligarchia Statale perde. Ma è il primo passo. Poi tocca al bollo auto, all’Ici, all’imposta sulla spazzatura. Dopo di che Grillo, diciamo verso la fine del prossimo anno, farà partire una campagna dal titolo “Tutti precari”. Se anche i dipendenti privati vengono pagati su fattura (con partita iva) allora saranno loro a decidere se versare l’Ires o no, aggirando in tal modo il prelievo alla fonte. Ma forse prima di allora l’Oligarchia sarà venuta a patti, sarà scomparsa, oppure avrà dichiarato guerra ai contestatori. In questo caso è prevedibile che una qualche azione dell’EU, promossa dalla germania, metta fuori gioco l’oligarchia.
Insomma, con al storia del canone Grillo non prende in giro nessuno. Sa benissimo che quella è la prima parte della giugulare del sistema. Fatto il primo bypass sanguigno, l’Oligarchia Piratesca è cotta.

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Come e perchè i ricchi distruggono il pianeta. Hervé Kempf.

Pubblicato da ikonovel su 13 Maggio, 2008

Il Fatto: trovo in libreria, seminascosto, un libro finito di stampare nel mese di aprile da Garzanti.
Hervé Kempf, Perchè i ricchi distruggono il pianeta. Garzanti 2008.
Compratelo o fatevelo prestare. Leggetelo. Avrete uno choc. Rileggetelo e poi prestatelo, fatelo girare, scrivetene, moltiplicatelo.
L’autore è un giornalista francese di Le Monde da anni dedito alla causa ecologista.
Ma adesso non più. Adesso parla di politica, anzi parla di politica come un grande statista. Ancor di più, descrive il come e il perchè la classe oligarchica mondiale sta distruggendo il pianeta, o meglio l’umanità, ovvero stia causando (aggiungo io “volutamente!”) l’eliminazione di più dei cinque sesti dell’attuale numero di uomini sul pianeta.
E’ un pazzo?
Certamente lo faranno passare per tale, come tutti i saggi del nostro tempo. Per sua fortuna è francese. Se fosse italiano sarebbe già disoccupato da molti anni, schiavo dell’umana pietà davanti le chiese.
Invece è uno che, compreso come altri cosa sta succedendo, ha avuto il coraggio di scriverlo, pane al pane e vino al vino, senza tanti forse e ma, senza tanti distinguo. A quanto pare solo un francese, da tre secoli a questa parte, è capace di guardare in faccia la realtà socio-economico-politica e sbatterla in faccia alla gente. Comincio a credere che sia una cosa resa possibile dalla lingua.
Che dice il Sig. Kempf?
“Ma non si può comprendere la concomitanza delle emergenze economica e sociale se non le si analizza come due facce del medesimo disastro. Prodotto da un sistema pilotato da una casta dominante che oggi come oggi non ha altro movente che l’avidità, altro ideale che la conservazione, altro sogno che la tecnologia.
Questa oligarchia predatrice è l’artefice principale della crisi globale.

Posta di fronte alla contestazione dei suoi privilegi, alle inquietudini degli ecologisti, alla critica del liberalismo economico, l’oligarchia riduce i diritti civili e lo spirito della democrazia”

(Introduzione, pag. 15)”
e poi
dappertutto il potere d’acquisto si è staccato dai profitti della produttività, a differenza di quanto accadeva tra il 1945 ed il 1975. E le situazioni sociali si cristallizzano: … si guadagna molto meno di altri, cosa di per sè sopportabile, ma si è perduta la speranza di raggiungerli, il che lo è molto meno. La mobilità sociale è in panne. Ne risulta una nuova ineguaglianza tra generazioni: i membri delle classi medie e modeste scoprono che non possono più garantire ai loro figli un livello di vita migliore rispetto al loro. … l’economista Chauvel (sui poveri): Un tempo si trattava di vechi destinati ben presto a sparire. Oggi i poveri sono innanzitutto i giovani, CON UN LUNGO AVVENIRE DI POVERTA’ “ (pagina 57, maiuscolo mio).
Dopo una lunga dimostrazione di quanto sta accadendo in tutto il mondo, finalmente l’autore si lancia (pag. 100):
E’ così che succede che, più spesso di quanto non si pensi, certe notizie vere non raggiungono, se non con grande difficoltà, la coscienza collettiva. Che cosa potremmo stentare a credere, oggi come oggi? Questo: che l’oligarchia mondiale voglia sbarazzarsi della democrazia e delle libertà pubbliche che ne costituiscono la sostanza.
L’affermazione è brutale. Formuliamola altrimenti: di fronte alle turbolenze che nascono dalla crisi ecologica e dalla crisi sociale mondiale, e al fine di preservare i propri privilegi, l’oligarchia sceglie di indebolire lo spirito e le forme della democrazia, ovvero la libera discussione sulle scelte che riguardano la collettività, il rispetto della legge e dei suoi rappresentanti, la protezione delle libertà individuali di fronte alla ragion di stato o agli interessi di altri gruppi costituiti”.

Il fatto è che questo non è un romanzo di fantascienza, non è un film di James Bond, è la CERTEZZA DEL REALE.
Anzi, come dice l’autore, l’oligarchia usa la fine delle grandi dittature di destra e di sinistra come alibi per sventolare una democrazia che non c’è più, che è lo scheletro di quello che era. Utilizza la Paura del terrorismo, della criminalità, dell’immigrazione e della povertà per stringere ancora di più il cappio intorno al collo della democrazia e della gente.
Insomma un grande libro, leggetelo e diffondetelo.
Ne vale proprio la pena.
Libertè, ecologie, fraternitè.

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Giavazzi, Sartori e il sacro egoismo.

Pubblicato da ikonovel su 7 Maggio, 2008

Sembra proprio che gli editorialisti del corriere della sera abbiano avuto l’ordine di abbandonare la prudenza, di tralasciare i dubbi sulla durezza di stomaco dei lettori e di parlar chiaro e tondo. Che ciò avvenga in coincidenza con l’avvio di una legislatura “rivoluzionaria” non dovrebbe essere del tutto casuale.
Questi signori, al di là della loro eloquenza e del fumus storicus, dicono bellamente che vista la situazione, tanto vale darsi al sacro egoismo e combattere ad ogni costo per la sopravvivenza che, ne sono certo, corrisponde ad illimitata disponibilità di beni, energia e soldi, limitatamente alla loro capacità di spesa beninteso, a spese di chiunque e comunque.
Insomma, visto che l’umanizzazione della globalizzazione non è possibile, visto che lo Stato sovrano nulla può contro la stessa e che anzi è esso stesso di ostacolo alla sua perfetta realizzazione, visto che siamo troppi e che troppi hanno fame, allora tanto vale dirlo chiaro: quel che mio è mio e non ci rinuncerò mai, anche se la gente intorno a me iniziasse a crepare come le mosche.
Secondo quale spirito l’egoismo può essere sacro? L’espressione ricorda un’antica imprecazione siciliana: “Santo diavolone!”
Come fanno persone di supposta (non quella nel sedere) cultura a scrivere su un giornale queste mostruose istigazioni al genocidio?
Il Signor Bobbio sollecita anche l’intervento degli economisti. Forse si aspetta che certifichino l’assenza di risorse per tutti e quindi, tanto vale farne fuori una buona metà, dimenticando che ormai lo sanno anche i bambini che gli economisti comprendono l’economia globale come le massaie la meccanica quantistica.
Ma che razza di uomini sono costoro? Uomini? Forse si credono semidei, forse lo sono e non ce ne siamo accorti, forse sono immortali (ma allora ditecelo). Forse sono transumani, forse li hanno riempiti tanto di organi brasiliani nuovi di zecca da non temere la morte per i prossimi cinquant’anni. E fanno pure lezioni di storia, come se la storia non fosse piena di esseri viventi che dichiaravano, sotto mille declinazioni, la sacralità dell’egoismo.
Dopotutto qualche giorno fa, quando cinque ragazzi hanno massacrato di botte un loro coetaneo veronese, il movente è pur stato un sacro diritto all’egoismo di un sigaretta. Basta per uccidere? Per il sacro egoismo si.
Pare proprio che questa gente confindustriale stia cominciando la Madre di Tutte le Battaglie Economiche, l’asfissia monetaria del tutto liberista (liberista! che risate! ma chi ci crede più?) di centinaia di milioni di esseri umani, esseri capaci di amare e, in buona percentuale, capaci di altruismo. Il sig. Francesco Giavazzi, da bravo economista prono ai voleri liberisti del Mostro Globale ha dato fuoco alle polveri, Giovanni Sartori forse divenuto transumano aveva caricato il cannone e il Sig. Bobbio (forse anche lui ultrasessantenne) rincara la dose. Se li doveste incontrare state attenti, il meglio che vi può capitare è che vi accoltellino per sottrarvi il portafoglio … per il Sacro Egoismo, ben s’intende!

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Arriva … BLAK !

Pubblicato da ikonovel su 7 Maggio, 2008

Si legge blAAk e non è il rumore della culata sul pavimento bagnato ma il nuovo Experience Drink di Coca Cola. Per ora lo bevono solo negli States e i nostri cugini d’oltralpe, ma dicono arriverà fra poco anche in Italia. Una cocacola rinforzata di caffeina, il cui copy recita capace di donare un Esprit Vif, ossia uno spirito vivo o una mente chiara, come preferite. Per il lancio oltre ad uno psichedelico spot rendering in 3d, c’è anche il sito interattivo che  visualizza gli effetti della bevanda sul corpo umano e c’invita a giochi mnemonici, per indurci a comprendere quanto avremmo bisogno di Blak per schiarirci la mente. Il sito è disponibile sia in versione francese che americana, ed è curioso osservare la differenza della voce femminile nelle due versioni: quella americana vagamente androgina, quella francese sussurrata di nascosto, stile je t’aime moi non plus.
Se pensate che la vostra pausa caffè sia insostituibile, forse fra non molto dovrete ricredervi.

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Sulle Tracce della Scienza Sacra

Pubblicato da ikonovel su 6 Maggio, 2008

Alessandro Pluchino ha immense doti di nocchiero dell’Anima.
Il suo piccolo e iperdenso saggio sulla Scienza Sacra riverbera le note di viaggio di un grande navigatore sulla Lunga Rotta.
Fin dall’antichità erano noti esempi di uomini di mare che sapevano interiorizzare a tal punto la loro presenza sui mari che erano in grado di fare atterraggi perfetti anche con scarsissime informazioni e in presenza di nebbia da giorni e giorni. Oggi, continuando la metafora, queste capacità sono scomparse, visto che tutti crediamo di essere dotati di GPS. Ma la tecnica purtroppo serve il corpo reale, non l’anima o lo spirito.
Il viaggio consapevole di ogni anima sembra ricominciare ad ogni nascita, salvo la possibilità di affidarsi a  nocchieri che descrivono, a volte oniricamente, il loro territorio in meridiani e paralleli.
Negli ultimi cento anni, e soprattutto da quando il grande Albert pronunciò il fatidico “Dio non gioca a dadi” sentiamo ci sia bisogno di ulteriori dimensioni, o livelli da considerare. Il convergere di Arte, Filosofia, Religione e Scienza sembra galopparci dietro le spalle e fermarsi ogni volta che ci giriamo per controllare a che punto di “stranezza” siamo giunti. Migliaia di ciechi cercano di distogliere i nostri sguardi dicendo che è tutto a posto, ma le loro certe parole ormai sono più troppo simili alle bugie.
Alessandro invece ci spinge con sicurezza sulla sua rotta, nitida e senza deriva, su una ragnatela quadridimensionale piuttosto che sulla banale mappa del troppo noto, rivelando per una volta più bandoli che matasse, dai colori accesi di speranza più che di grigio professorale.
Gliene siamo tutti debitori perchè si sa che alla fine i grandi navigatori giungono alla loro meta, a illuminare il cammino a noi che, con poca fede, restiamo indietro.

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La Due Diligence? Ma da quando si fa agli Stati sovrani?

Pubblicato da ikonovel su 16 Aprile, 2008

Leggo pochi minuti fa che Berlusca vuole istituire una commissione “indipendente” per fare una due diligence ai conti dello Stato, per evitare, dice, ciò che successe la volta precedente.

La Due Diligenze è una procedura contabile che assicura, a chi compra un’azienda per evitare di scoprire, a cose fatte, l’emersione di debiti e/o altre passività (soprattutto fiscali) non ricomprese nei conti dell’azienda acquistata. Di un’azienda non di uno Stato. La certezza dei conti dello stato dovrebbe essere assicurata da fior di ministeri e correlati gran commis, burocrati che perderebbero il posto se hanno dimenticato qualche milione di euro da qualche parte, ed esistono  leggi che assicurano alla giustizia burocrati infedeli o distratti. Poi lo stato è sovrano e come tale provvede come gli pare: potrebbe anche cancellare un debito, con una semplice leggina. Lo facevano spesso i monarchi medievali, e i banchieri fiorentini fallivano dall’oggi al domani.

Il termine tecnico Due Diligence è quindi indicativo di una prospettiva, di un senso, di un atteggiamento chiaro e conseguente:

“Cari sudditi, un nuovo barone ha comprato il feudo Italia, pregasi verificare i conti. Se dovesse mancare qualcosa la pagate voi, come sempre”

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Ha vinto il Mercato

Pubblicato da ikonovel su 16 Aprile, 2008

Mi spiace per tutti i delusi dalle elezioni del 2008, mi spiace per tutti coloro che saranno disillusi molto presto. Mi spiace anche per tutti coloro che esultano nello stupore.
Per coloro che analizzano il voto, perchè scoprire un paese al voto sarà anche una funzione democratica, ma parte quasi sempre da premesse sbagliate.
Il gioco elettorale è finito, si ricomincia con la Gestione.
Faccio invece tanti auguri a coloro, e sono tanti, che giocano alla politica stando bene attenti a restare nell’ambito locale, territoriale. Il futuro è con loro.
Il voto espresso non è null’altro che l’effetto che molti economisti e sociologi europei, ma anche scrittori e romanzieri, hanno già previsto da tempo. Nell’era della globalizzazione la nazione, concetto ottocentesco, non ha più senso. Un giornalista dice che l’italia, in effetti, è un lander terrone della germania, mentre Beppe Grillo invoca un’invasione di carri armati germanici dal passo del Brennero, sarebbero accolti da folle festanti che agitano i gerani della riviera ligure. Niente di più vero. Ma se questo è vero il Berlusca non è nient’altro che un agente di commercio che vende aspirapolveri, un piazzista al soldo dei suoi utenti pubblicitari (cosa che già diceva Indro Montanelli). Ma Veltroni non sarebbe stato diverso, avrebbe ammannito la solita politica dei piccoli passi senza risultati (e non avrebbe fatto nessuna riforma, così come non le hanno mai fatte prima, semplicemente perchè impossibili).
Chi ha vinto, allora?
Apparentemente ha vinto la Lega e la vecchia democrazia cristiana affaristica (quando non mafiosa). Costoro gestiscono la gente localmente, a casa loro, senza tante rotture di scatole. Lo fanno per conto del Mercato.
Ma allora, chi ha perso veramente?
Ha perso l’ IDEA, da qualunque parte provenga (che si dica di destra o che si dica di sinistra,  le idee degne e quelle indegne, persino quelle vaticane, tutte le idee). Cioè tutti coloro che vogliono rompere le scatole alla gente credendo di avere le ricette giuste per loro, secondo premesse ideologiche, culturali, di differenza tra bene e male.
Ha vinto cioè il Mercato e i suoi bracci immediati (Lega e democrazia cristiana affaristica e trasversale) ma prima ancora è lo Stato ad aver abdicato a lui. Oggi lo Stato Italiano deve limitarsi a seguire le direttive europee, cercare di ridurre il debito, massacrare di tasse gli italiani,  farli divertire col calcio e le cosce delle ballerine, Gestire il Consumo insomma, e non rompere le scatole con le idee di bene e male, di qualunque provenienza siano.
Volete la prova? Leggi il seguito di questo post »

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Un giorno qualunque

Pubblicato da ikonovel su 10 Aprile, 2008

foto: thanks to Paolo Genta

Oggi è un qualunque 10 aprile. Un giorno qualunque, di una settimana qualunque, di un anno qualunque, di un’umanità qualunque.

Oggi due cose sono ancora accadute:

1) le prime migliaia di rondini sono arrivate in città, felici di esistere nell’umana indifferenza;

2) secondo i giornali una donna, per essere eletta capo del governo, ha affermato che il suo maggior concorrente (settantenne) è fissato con la sua, ma tanto lei non gliela dà.

Come dicevo, un giorno qualunque.

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Come diventare l’uomo più ricco del mondo

Pubblicato da ikonovel su 31 Marzo, 2008

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Foto: Thanks to Mario’s Planet

Come dicevano gli antichi, l’unico modo per arricchirsi così in fretta da diventare in breve l’uomo più ricco del mondo, è con i soldi degli altri. Come viene dimostrato, matematicamente, in un gustoso e tecnico articolo di John Kay su FT.Com, qui da me tradotto e pubblicato col suo permesso.
Il titolo originale è “Just think, the fees you could charge Buffett”.

“Onorario da fatturare a Buffet, Pensateci!”
di John Kay
Pubblicato l’11 marzo 2008 su ft.com, Traduzione dall’inglese di Ikonovel.

La notizia che Warren Buffet è oggi l’uomo più ricco del mondo facilita la previsione di un’altro giro di storie sulle sue abitudini frugali - la Cola alla ciliegia, la bistecca ben cotta e il bungalow ad Omaha che è la sua casa da 50 anni. Ma è un fatto. Come Bill Gates, che è precipitato dalla cima, Mr Buffet è in primis interessato al business più che alla ricchezza che ne deriva. Il denaro è un mezzo per salire piuttosto che un obiettivo tout court: Mr. Buffet dice che il divertimento è guardare come cresce.
Se Albert Einstein affermava che la più grande forza dell’universo è l’interesse composto, allora la frugalità di Mr. Buffet l’ha messo in grado di evolvere verso la magia. Durante l’amministrazione del fondo Berkshire Hathaway da parte di Buffet, l’indice S&P 500 ha prodotto un ritorno medio totale del 10 per cento. Il reinvestimento di questo ritorno medio su 42 anni avrebbe moltiplicato la posta (capitale) 67 volte. Ma se il tuo investimento rende il doppio di questo - come ha fatto Buffet - la tua ricchezza s’incrementa non del doppio di 67, ma del quadrato di 67, cioè di un fattore di 4500. Questa aritmetica ha fatto di Buffet l’uomo più ricco del mondo.

Il calcolo illustra un fatto più sottile. La fortuna di Buffet non viene dalla crescita del business del fondo di gestione ma dalle azioni possedute dei fondi che amministra. Supponete che egli avesse adoperato un struttura più convenzionale nella gestione del fondo, fatturando il 2% dell’onorario di gestione e il 20% della performance nella capitalizzazione privata e negli hedge fund. Quanti dei suoi 62 miliardi di dollari sarebbero stati di proprietà del manager Buffet, della Buffet Investment Management - di Mr. Buffet quale semplice investitore - o della Fondazione Buffet?

La risposta è sorprendente. Allo standard “2% e 20%”, la suddivisione è per $ 57 miliardi al Buffet Invest. Management e per $ 5 miliardi alla Fondazione Buffet. L’effetto dell’interesse composto al 14%, piuttosto che del 20%, riduce l’accumulazione del capitale di più del 90%. Naturalmente, è improbabile che il Buffet Inv. Manag. abbia reinvestito nei suoi propri fondi a sufficienza per veder crescere il proprio attivo a 57 bilioni di dollari. Ci devono essere stati degli extra bonus. E anche delle feste di compleanno! Mangiati il cuore Steven Schwarzman: Omaha non ha mai visto niente di simile!

Si potrebbe pensare che una quota così sproporzionata a beneficio della Buffet Investment Management deve essere ragionevole: dopo tutto l’azienda è buonissima. Allora proviamo a ricalcolare il tutto con l’assunto che Mr Buffet è un mediocre manager e lavora in linea con il 10% di ritorno sullo S&P. Ciò avrebbe ridotto la ricchezza a $ 930 milioni, sotto la soglia d’ingresso della lista dei ricchi di Forbes. Ma soltanto 170 milioni di dollari di questa più modesta somma apparterebbero agli investitori: Buffet Investment management avrebbe ancora la parte del leone con 760 milioni di dollari.

Peggio ancora se si suppone che Mr. Buffet non sia affatto un buon manager. Se i ritorni fossero del 5% all’anno, allora la Buffet Foundation avrebbe avuto solo miseri 32 milioni di dollari da passare alle opere di carità di Bill Gates. In questo caso, inetta ma frugale, la Buffet Inv. Man. avrebbe ancora accumulato 82 milioni di dollari.

I risultati di questi calcoli sono tanto stravolgenti quanto importanti. Infatti la differenza tra interesse composto prima e dopo gli onorari balza drammaticamente sul lungo periodo. Se la citazione di Einstein è quasi certamente apocrifa, l’opinione ne acquista elementi di verità.
Ben Franklin scoprì l’elettricità, che è probabilmente la maggior forza nell’universo. Ma anche lui rimase impressionato dall’interesse composto e lasciò dei fondi alle città di Boston e Filadelfia, che s’incrementarono per un centinaio d’anni. Franklin invece realmente affermava che le uniche cose certe nella vita sono la morte e le tasse. Poteva anche aggiungere un’altra certezza: su un orizzonte temporale sufficientemente ampio, i manager del tuoi investimenti diventeranno più ricchi di te. Doveva comunque avere questo in mente quando determinò nel testamento che nessuno sarebbe stato retribuito per la gestione del suo lascito.
Franklin si sarebbe potuto accalorare per la frugale saggezza di Buffet. Il Saggio di Omaha ha fatto più soldi di chiunque senza addebitare onorari per la gestione. Nel lungo periodo, la fiducia degli investitori e delle società oggetto degl’investimenti può essere l’attività di maggior valore. Come la cupidigia può diventare la nemica della ricchezza.

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Quel Mostro del PIL

Pubblicato da ikonovel su 23 Marzo, 2008


You’ll never find it
Inserito originariamente da andrea francesco

Vi segnalo l’ultimo post di Beppe Grillo sul PIL, quel mostro di formula statistica che, come ci ricordano aver detto JFK, non misura la nostra felicità.

Ne ho scritto diffusamente nei post precedenti, e ne riassumo qui la tesi finale: il PIL, e la sua crescita, è una figura culturale (meme) sostenuta e imposta al solo scopo di trarre in inganno l’umanità e ridurla schiava del mercato dei beni e servizi, arricchendo i detentori (sempre più anonimi e falsamente democratici) della finanza (capitale,denaro). La potenza del concetto è tale, l’unanime determinazione del suo incremento è tanto diffusa, che si potrebbe addirittura definire come un soggetto vivente che ci rende schiavi avviliti e automatizzati votati alla produttività improduttiva.

Lo so, detta così sembra la dichiarazione finale di un folle. La potete stemperare quanto volete, alla fine si arriva a quello. Nei post precedenti trovate ampi riferimenti ad autori e libri che, con varie differenti dimensioni, determinano quella incolta definizione.

Combattete il meme del PIL, con un consumo consapevole (che risponde alla domanda: mi serve davvero?), con la semplice applicazione della libertà di NON comprare.

E già, proprio lui, il Libero Arbitrio.

p.s.: (ormai noi “pazzi” siamo in tanti: www.decrescitafelice.it; www.decrescita.it)

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