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Antonio Massara, anni 45.

Di una cosa sono sicuro: ho avuto un’infanzia quasi perfettamente felice; se non fosse stato per mio fratello, eminente stratega della rottura di scatole, potrei dire di essere stato il più felice bambino mai apparso sulla terra.
Mia madre, ancora oggi, dice che Antonio era un bambino buono, dove lo mettevi stava. Ed era proprio così a ragione del fatto che ogni cosa, dalla più insignificante formica all’Apollo 11 e lo sbarco sulla Luna, era per me fonte di enorme interesse. Bastava che mi lasciassero in pace per dieci minuti, mi guardavo intorno senza noia e alla fine mi inventavo un gioco fantastico.
Ma appena cominciavo a concentrarmi quasi sempre arrivava mio fratello a rovinare tutto. Aveva la assai strana mania di inventarsi mondi in cui io assumevo nomi diversi, abitavo in una nazione diversa, di solito ero un principe o una principessa, con assurdi compiti e ancor più assurde famiglie. Mi obbligava per di più a recitare a memoria tutte le sue invenzioni.
Insopportabile.
Io avevo i miei mondi, assai più reali dei suoi, fatti di cose meravigliose, tutte esistenti, tangibili, anche se poi nel gioco venivano trasformate in nuovi mondi, in nuovi giochi.
E poi imitavo i grandi.
Mio padre scriveva. Scriveva registrazioni contabili (lo capii solo molto tempo dopo) su dei meravigliosi quadernoni a tripla copia, con le veline a due colori, rosa e verde, prestampate e da redigere in carta carbone, fustellate a strisce in Dare e Avere, con le righe per le cifre. Le strisce le potevi separare lungo le perforazioni per farne libelli, messaggi, pensieri, e anche aeroplanini. Scrivevo centinaia di quelle strisce e ogni settimana mio padre doveva trafugare un nuovo quadernone dal suo ufficio. Quando lo andavo a trovare cercavo lo scatolone, che ne conteneva centinaia, migliaia. Credo che alla vista di quello scatolo mi prendesse qualcosa di simile ad un orgasmo.
Non sto parlando del 1800: era al massimo il 1968, c’erano i Beatles, e la contabilità la facevano con sistemi elettrocontabili, con delle specie di enormi macchine da scrivere complicatissime, su cui trascrivevano i foglietti in dare e avere. Il rumore che facevano era meraviglioso, come quello delle calcolatrici Olivetti Divisumma, che calcolava le moltiplicazioni. Quelle a cinque cifre le faceva in 25 secondi, con un fracasso da officina meccanica. Se stavi parlando al telefono, quello di bakelite, non sentivi niente.
Cosa scrivessi allora proprio non saprei.
<<cosa fai, antonio?>> mi chiedevano
<< scrivo documenti>> rispondevo.
A 10 anni cominciai a leggere romanzi e non la smisi più.
A 13 anni cominciai ad andare in barca a vela. Ho fatto regate in derive, poi prodiere nella classe Ior, poi ho fatto crociere, sempre nelle barche degli altri. Ho smesso quando è nata Veronica.
A 18 anni ho finito il Liceo Scientifico, con un magrissimo 48/60. Una vergogna. Ma insomma andavo più in barca che a scuola e quando ero a casa preferivo leggere romanzi.
A 18 anni e mezzo tutti quanti volevano che mi trovassi un indirizzo di studio che sfociasse nella cosiddetta carriera.
Io di interessi ne avevo anche troppi: fotografia, psicologia, letteratura, fantascienza, astronomia, vela, baseball, architettura navale, modellismo, musica, computer eccetera eccetera. Ma una cosa la devi scegliere, se no alla fine, mi dicevano, non fai niente.
Decisi che volevo fare barche, ma fu impossibile. Decisi allora che volevo occuparmi di ciò di cui si occupava mio padre: le aziende. Nelle aziende si fanno un sacco di cose belle, e quindi studiando Economia all’Università mi appassionai. Finii però per occuparmi di tasse e diritto tributario: repellente. Mi iscrissi allora ad un corso di marketing e vinsi una borsa di studio per uno stage. Una serie di combinazioni mi portò in una delle più grandi aziende di distribuzione di vini di qualità allora in Sicilia: la Mid Miceli Spa. Cominciai a occuparmi di marketing di vino come product manager.
Nel mondo del vino i markettari sono belzebù. Gli addetti al settore mugolano fuggendo quando ne vedono uno credendo che il marketing sia una cosa americana inventata per vendere la coca cola o il detersivo. In verità il marketing esiste da sempre: Giotto faceva promozione disegnando cerchi perfetti.
Feci carriera, come si suol dire. Ho incontrato persone meravigliose, uomini meno interessanti e anche tantissimi filibustieri. Ho visto, vissuto e ascoltato tante storie, belle e brutte. Devo molto ad alcune persone, meno ad altri.
Avevo cominciato con l’obiettivo di fare cose belle e farle bene, e all’inizio fu facile. Ero contento. Ma la ruota gira e alla fine mi trovai ad ammettere che cose belle e buone ne facevo sempre meno, poi più nulla.
Nel frattempo leggevo, con passione, come sempre.
Nel 1991 ho sposato una donna meravigliosa, medico per di più, anzi per lo più. Nel 1994 è nata Veronica e nel 1998 Alberto. Anni impegnativi.
Intorno ai 38-39 anni un complesso senso di sbigottita insoddisfazione mi ha serrato la gola. Mi chiedevo: ma che caz.., è tutto qui?
Oggi non ricordo bene come cominciò, ma le mie letture cambiarono, medicina alternativa, mistica occidentale, islamismo, new age, buddismo, vangeli apocrifi, teosofi praticoni, insomma un bel pò di cose diverse. Non ne nacque una fede particolare o profonda ma alcuni indirizzi semplici, come il fatto che se la vita è una prova esperienziale allora tanto valeva farla bene, e io invece mi ero impantanato in una palude marcescente di gesti e pensieri meccanici, le caviglie avvinghiate da orridi rampicanti magici, un viscido tran tran quotidiano. Altro che far bene cose belle! La mia situazione professionale era un tale groviglio di asfissianti attrazioni gravitazionali che una piccola scossa mi avrebbe scagliato nell’orbita del più desolato planetoide del sistema solare di Vega. Ci pensai su per un anno e mezzo, poi mi decisi: in un solo giorno feci esplodere un paio di megatoni, s’innescò il terremoto e in quindici giorni mi ritrovai solo, su un’isola deserta devastata dallo tsunami, con l’unica consolazione di aver previsto tutto e di non aver fatto male alla tasca di nessuno. Almeno ero ancora sul nostro bellissimo pianeta.
Mi presi del tempo per esplorarlo di nuovo, dopo anni di detenzione aziendale. Il cosiddetto anno sabbatico.
Facevo fotografie, un mezzo mestiere che ho. Nel frattempo il pozzo del cervello, decantando, si schiariva riempendosi di nausea per il delirio del potere, per il denaro, per la deificazione della scienza, per la decadenza dell’occidente, per lo scientifico travisamento dottrinale della cristianità, per la mania masturbatoria della critica e della dietrologia. Le immagini della bellezza incomparabile del mondo si scontravano con l’assurda follia umana. Sapendo di non essere il primo ad aprire gli occhi pensavo tuttavia di essere l’ultimo a poter dire la sua. Che fare?
Mentre lavoravo alle immagini, mettevo insieme episodi vissuti e conosciuti in modo nuovo, collegando e separando. Ne venivano fuori storie paradigmatiche. Cominciai a scriverle. Erano interessanti, almeno così mi parve. Proseguii nel dubbio ma con perseveranza. Ogni tanto mi chiedevo “ma Antonio, che stai facendo? sei veramente così pazzo da scrivere una storia? un romanzo?” Sentivo che Conrad, Stevenson e Tolstoj mi avebbero dato scappellotti sulla cucuzza per vietarmi la produzione di orrori letterari. Mi rispondevo che no, non stavo scrivendo un romanzo, stavo solo chiarendomi le idee, sotto forma di storia, una specie di focalizzazione novellistica.
Ne sono venuti fuori, ad oggi, due romanzi, un libro di ikonovelle, una sceneggiatura e svariati racconti.
Ciascuna storia è come un obiettivo fotografico. Girando una ghiera metti a fuoco, girandone un’altra aumenti e diminuisci la quantità di luce che raggiunge il sensore: lo scopo è poter dire “adesso si vede bene, tutto è chiaro”.
Colui che scrive, come uno sciamano, deve teletrasportare il lettore in un mondo nuovo, che si veda bene. Più è chiara la vista più il lettore è preso, avvinghiato dalla nuova vita, cristallo di paragone della realtà che ne viene decodificata e arricchita inducendo, con liberata umanità, una fiorita consapevolezza di se stessi.
Adesso facevo cose belle nella speranza di farle bene, ma guarda un pò, non ci guadagnavo un euro. Nel nido i passerotti spalancavano gli enormi beccucci.
E così son tornato a fare il markettaro nel mondo del vino. Lo faccio bene e cerco di fare cose belle, come prima, ma adesso il cuore batte per le storie, grandi e piccole, per i mondi che continuano a versarsi nel pozzo del cervello e le immagini a disegnarsi davanti ai miei occhi. Un pò faticoso ma non distraente: la realtà è la migliore maestra del romanzo.

I miei romanzi non si trovano in libreria, ma si possono scaricare o comprare, stampati e mirabilmente rilegati, su Lulu.com. Marketisticamente si potrebbe dire che sono così esclusivi da essere lussuosamente irraggiungibili, oppure che sono delle tali schifezze che nessuno li vuol pubblicare.
Per la verità uno di essi, che si intitola “Distillato”, è stato pubblicato da me, in unica copia, costando in modo colpevole ed ha un grande ma indeterminato valore, quello che il Signor Gaja potrebbe dare all’unica bottiglia prodotta da un’annata di Barbaresco.

7 Risposte a “About”


  1. 1 leo 13 Novembre, 2006 alle 2:54 pm

    mitico! hai della stoffa dolcimascolo!

  2. 2 roberta lojacono 3 Gennaio, 2007 alle 1:50 pm

    non ho parole. vorrei solo celebrare con un grande EVVIVA! la tua stracciante vittoria sul mondo-ciofeca, sperando di incamerare un pò del riflesso del tuo coraggio e della tua benedetta pervicacia, di cui in molti avremmo bisogno. bravo, bravo, bravo.

  3. 3 marika caprera 23 Luglio, 2007 alle 7:24 pm

    ciao antonio
    è stato veramente un piacere rivedere te , Giovannella e i vostri bellissimi figli.
    non sono pratica di blogs ma ho capito che così ti arriverà il mio indirizzo mail.Appena riceverò la tua ti invierò i miei numeri di telefono
    Arrivederci e a rileggerci presto
    ciao marika

  4. 5 Sandy 7 Maggio, 2008 alle 1:03 pm

    Sei forte! ciao

  5. 6 Andrea 6 Gennaio, 2009 alle 4:18 pm

    Ciao Antonio,
    ho trovato il tuo blog per caso, com’è ovvio, e in pochi giorni ho letto con maggiore o minore attenzione un certo numero di post… beh, devo dire che nella cosiddetta “blogosfera” è molto raro trovare un blogger che scrive cose intelligenti, ma se poi le scrive anche bene, è davvero un fiore nel deserto. Non so perchè te lo dico, ma sento il bisogno di comunicartelo. L’intelligenza è sempre stata una merce rara, e quando la si incontra l’indifferenza è il peccato peggiore.
    Un saluto affettuoso da un perfetto sconosciuto.
    Andrea

  6. 7 maria 16 Aprile, 2009 alle 1:14 pm

    complimenti..


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