del lavoro e della povertà

Il  lavoro è tale che :
1. dipende da ciò che sai fare
2. deve darti da vivere, il che vuol dire almeno da mangiare, preferibilmente tre volte al giorno
3. se hai una famiglia devono mangiare anche gli altri

La regola economica, che è anche quella del buon senso,  vuole che il lavoro produca valore, e il suo corollario è che ci sia una correlazione positiva tra la remunerazione ottenuta e il valore creato.
Ciò è controvertibile? No.
Nell’europa occidentale  questo parametro non vale più.
Accade sempre più spesso che un lavoratore che non sa fare nulla guadagni molto bene o tanto da sfamare un paio di famiglie, oppure che un ex lavoratore in pensione abbia una capacità di spesa che gli consente di mantenere tre famiglie, ma capita anche che un ingegnere elettronico o spaziale non possa neanche comprarsi il pane, e che viva alle spese di chi non sa fare nulla ma guadagna.
Dopo cinquant’anni di  politica sociale in Europa, la situazione è che ogni singolo lavoratore si trova all’interno di un sistema in cui la stabilità e la remunerazione del proprio lavoro sta su una linea che va dalla povertà più stracciata, accompagnata da sevizie fisiche e morali, all’abbondanza più opulenta; e dalla totale incertezza del domani alla assoluta inamovibilità, anche se fai delle proposte omosessuali al datore di lavoro. E tutto ciò con totale indipendenza dai parametri detti prima.
Quand’ero ragazzo mi dicevano che grosso modo chi ha più sicurezza nel lavoro si deve aspettare una paga più bassa. Era il concetto del dipendente pubblico o delle poste.
Oggi non è più così: moltissimi lavoratori gudagnano molto meno di un maestro e sono assolutamente “non protetti”. Nelle amministrazioni pubbliche, accanto a figure professionali scadenti con altissime retribuzioni stanno sempre più numerosi stagisti, apprendisti, lavoratori a termine etc etc che producono molto più valore dei loro colleghi e guadagnano molto meno. Lavorano per lo Stato, sono colleghi dei primi, ma hanno un contratto di lavoro che, al confronto, equivale allo sfruttamento schiavistico. perchè lo Stato garantisce all’estremo I suoi dipendenti, ma innanzitutto I cosidetti diritti acquisiti.
Nei sessant’anni dalla fine della seconda guerra le varie politiche, I milioni di provvedimenti particolari, leggi leggine e circolari ministeriali, hanno prodotto un sistema complicatissimo in cui esistono delle sacche di protezione, di privilegio, di nicchie nascoste nelle quali accade che un usciere di un ente guadagna di più di un dirigente d’azienda e ha inoltre uno sfacciato potere di lobby, tutti diritti acquisiti.
Ma siccome si vuole da qualche professore di economia e statistica che in un sistema economico che si sviluppi ci sia un mercato del lavoro flessibile attraverso la mobilità, I governi siano costretti a comprimere la mobilità nei settori privi di diritti acquisiti. Il risultato è che statisticamente il sistema, nella media, è più flessibile, ma realmente esso è spaccato in due: quelli dei diritti acquisiti e quelli che si ammazzano la vita per vivere e che sono le cavie della mobilità.
Gli sfruttati.

La povertà e lo sfruttamento che sono sempre esistiti e sempre esisteranno,  permangono più violenti di prima.
Questo è uno stato di fatto. Non c’è niente di male nel prenderne coscienza.

Oggi la correlazione tra valore prodotto e remunerazione non c’è più, anzi per lo più esiste una correlazione inversa, dipendente da altri fattori (familiarità, gruppo di conoscenti, mafia, politica etc etc).
Ciò è controvertibile?
No, se si ha un grado di oggettività normale.
Ma quando si comincia a discutere di questo fatto, la gente normalmente comincia I distinguo. Perchè entra in campo la difesa corporativa, il tentativo di difendere le proprie posizioni, magari prendendo a prestito l’enorme patrimonio esperienziale delle lotte sindacali degli anni 60 e 70.

Se mettiamo insieme I fattori suddetti, e cioè l’assoluta indipendenza tra remunerazione e valore prodotto, tra sicurezza e remunerazione e tra remunerazione, oggi il sistema a causa di:
1. assenza di un riferimento minimo di remunerazione comunemente accettato;
2. persistenza della possibilità di arricchirsi in modo  credibile e sfacciato;
3. assenza di correlazione tra sicurezza e livello della retribuzione;
4. assenza di correlazione tra sicurezza e valore del prodotto del lavoro;
5. assenza di correlazione tra valore prodotto e remunerazione

ha prodotto l’implosione ad incastro del sistema. Il mercato del lavoro, quello normale ed emerso, è bloccato. Molte parti dell’economica sono bloccate, cosa che si evidenzia con l’assoluta incapacità di svilupparsi ulteriormente. Non si sale e non si scende.
Ma ciò, a ben vedere, vale solo se il mercato del lavoro è un sistema chiuso, all’interno di una nazione, di un paese.

In settant’anni del secolo xxsimo, le economie hanno beneficiato di un mercato del lavoro aperto. Milioni di poveri affluivano verso le aree industrializzate del mondo per offrire forza lavoro a buon mercato e disponibilità al consumo. Il circolo virtuoso. Le politiche socialiste e keynesiane a partire dal dopoguerra hanno prodotto una redistribuzione del reddito formidabile, una delle grandi rivoluzioni lente del genere umano.
Poi la gente cominciò a desiderare di difendere il proprio life style. Le frontiere furono chiuse e si cominciò a dimenticare il resto del mondo.
Ma le economie, in mancanza di poveri, s’incastrano, affievoliscono, diventano deboli, malate, sviluppano tumori in alcuni settori, che si vanno allargando.
S’indebitano gli stati e le aziende e ciò in permanenza di un alto livello medio di stile di vita dei cittadini.
Se si volesse ripartire con la crescita si avrebbe bisogno di poveri, che lavorino per bassi salari e che acquistino, consumino ciò che gli altri non vogliono più.

La povertà è essenziale all’economia occidentale non solo perchè rappresenta forza lavoro a buon mercato ma anche perchè fornisce la base di partenza delle politiche strategiche di marketing del sistema.
E’ più facile sollecitare I bisogni di un povero, che ne ha potenzialmente infiniti, rispetto a chi è benestante e ha molto. I bisogni primari sono urgenti rispetto a quelli terziari. Sollecitarli è più facile e meno dispendioso. Inventarsi storie per convincere chi ha la lavastoviglie  ad acquistare il nuovo modello di aspirapolvere lavasciuga è molto più complicato e costoso. Questa caratteristica va di pari passo con un altro aspetto fondamentale dell’economia industriale moderna: la meccanizzazione parziale della produzione è vocata alla produzione di massa di oggetti di scarso valore che devono avere un’ampia clientela. Solo una grande massa di poveri può comprare ciò che l’industria è potenzialmente in grado di produrre.
Ci sono anche motivi demagogici. Il sogno della ricchezza e del benessere in un povero è potentissimo, perchè il differenziale tra il suo stato attuale e quello sperato è enorme, e si butterà anima e corpo a realizzare il suo sogno, le sue speranze. Le  speranze saranno gratificate presto dai primi risultati: I primi scalini sono sempre quelli più facili. Il differenziale tra le speranze e la situazione attuale di un mediocre lavoratore che già guadagna abbastanza è molto più basso e il lavoratore coscientemente sente che ci vorrebbe un’enorme sforzo per salire qualche altro gradino, sente che gli conviene costruire un muro dietro di se in modo da impedire a lui di scendere e ad altri di raggiungerlo.
La grande macchina demagogica della speranza (cinema, televisione, quotidiani etc) hanno vita facile con I poveri. Molto più difficile con I ricchi. I bisogni di questi utlimi riguardano molto spesso la realizzazione del se, cultura, viaggi, spiritualità. E’ difficile fargli credere che possano diventare santi e camminare sulle acque. Inoltre, dal momento che hanno esperienza di vita, sono molto scettici.

Insomma un’economia evoluta e giunta al livello di sovraproduzione, se vuole continuare a svilupparsi, ha bisogno di poveri.
E qui ci sono due soluzioni.
Il serbatoio mondiale di poveri è enorme, basterebbe aprire le frontiere. Se ciò non è possibile per motivi ideologici, o per un diffuso senso di protezionismo del benessere raggiunto, I governi hanno solo un’altra soluzione:  rendere povero chi si crede ricco, attraverso una svalutazione reale, lenta e strisciante della moneta legale. Questa soluzione ha effetti  miracolosi: rende povero il ricco, riduce il valore reale dell’indebitamento nei bilanci delle aziende e aumenta il valore monetario delle loro immobilizzazioni  e del fatturato, rendendo possibile, nel tempo, un maggiore indebitamento delle stesse. Rende sempre più ricchi coloro che avevano immobilizzazioni o capitale, che sono normalmente le persone che hanno più potere, rinsaldando in tal modo il sistema. Nel frattempo il valore reale degli interessi attivi del sistema bancario cresce esponenzialmente aumentando il potere anche delle banche.
Il sistema dovrebbe ripartire se la gente, dopo un certo tempo,  ricomincia a consumare e a spendere per soddisfare bisogni primari, in primo luogo il cibo e il vestiario.
E’ in sostanza quello che è successo con l’euro. Un continente di ricchi si è scoperto, dopo tre anni, un immenso calderone di straccioni.
Infatti la cosidetta ripresa economica è cominciata.

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