Sud

per sud
Il cratere, ancora intuibile, lasciava a destra un’altura che si protendeva a sud, controluce.
La salita lasciava presagire un’ultimo piccolo sforzo, in mezzo ai radi e bassi cespugli spinosi, scolpiti dalla necessità di difendersi dal vento.
Salendo lo spazio si ampliava, via via che il bordo basso del cratere era alle spalle, ad ogni passo più ampio, a ogni passo un pezzo più grande di mare a destra e a sinistra era visibile, e l’aria serale diventava più leggera.
Finalmente in cima gurdavamo a sud, fuori dal cratere, sopra il forte pendio formato dall’antichissima lava che anche lei, un tempo, volle correre verso lo spazio illimitato che ci stava di fronte, portando calore di fuoco e determinazione ideale.
Il vento ci colse improvviso, uno sbuffo serale più fresco e odoroso del rosmarino selvatico che avevamo accarezzato con le nostre gambe,  sollevando le menti e  spingendole, volando, ancora più a sud, veleggiando sopra le antichissime terrazze nere e frastagliate.
Dietro percepivamo il buio cratere, l’oscura realtà che ci avrebbe inghiottito fra poco, nella necessità della gravità.
Mi concentrai per conservare a lungo questo attimo dentro di me, come una luce di ferro nel fluido evanescente dei ricordi.

Ancora qualche secondo, per favore.

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