In cenere

il rosso frutto del guerriero
Il panorama della mia città è cambiato quest’anno. In tre mesi e in due botte di scirocco pare che uno o due ragazzini abbiano incendiato migliaia di ettari di bosco e di macchia intorno a quella che ancora oggi chiamano la Conca d’oro. Resiste, non si sa per quanto, il monte della Santuzza.
Ma già a fine agosto i loro colleghi della costa tirrenica della provincia di messina, dove la natura è più selvaggia, non si sono fatti sorprendere e tre ore dopo il primo refolo di vento del sud svariati chilometri di colline erano in fiamme.
Se questo episodio fosse accaduto quando ero bambino io, se ne sarebbe discusso per mesi e mesi e l’indignazione sarebbe stata generale, la gente non sarebbe uscita di casa e si sarebbero fatti cinque o sei scioperi. Oggi sembra che, oltre che per le vittime (trattate quasi da poveri sciocchi che non sapevano dove andare e si sono trovati circondati dalle fiamme), a nessuno importi un gran che. L’indomani si va a lavorare o, in questo caso, in vacanza, e non saranno certo migliaia di alberi in più o in meno a fare la differenza. Che differenza poi? Il salto qualitativo tra una città che è un’immensa colata di cemento grigio e sporco e una collina in cenere non è percepibile dall’occhio umano assuefatto al tubo catodico.
I perchè di questi gesti sono in fondo ai trattati di moderna psicologia criminale minorile. Discorsi complicati, riferimenti scientifici, c’è da credere politicamente corretti e, come tali, privi d’interesse.
Mi dispiace dirlo, ma io proprio non riesco a credere che un ragazzino sia in grado di sviluppare trenta o quaranta chilometri di fronte di fuoco, anche con lo scirocco a venticinque o quaranta nodi.
Chi di noi è avvezzo a strade e autostrade sa che capita d’estate che qualche fumatore getti il mozzicone incendiando l’erba secca. Sono incendi pericolosi, raramente oltre uno o due ettari di estensione. Poche ore e finisce tutto, nella maggior parte dei casi. Ma qui si tratta di decine di chilometri di FRONTE. Se si parla di fronte s’intende un unico serpente di fuoco che avanza, non un ventaglio di fiamme nascenti da un unico punto. E allora si deve pensare che gli autori siano molti, organizzati o causalmente indotti dallo stesso desiderio ad incendiare la propria casa.
Perchè loro abitano lì.
Migliaia di volte quei ragazzini sono passati con le moto per le strade da cui hanno appiccato i focolai, certamente hanno visto le fiamme dalle finestre di casa e possiamo essere sicuri che si siano scambiati messaggini dicendosi certi che il loro focolaio è stato quello più distruttivo. Da casa propria.
E cioè dal campo sportivo, o ancora dal giardino del compagno di scuola, insomma da quel raggio di dieci o quindici chilometri che costituisce oggi la Casa di un ragazzino moto dotato.
Nella storia dell’uomo il fuoco ha sempre avuto un ruolo particolare, lo sappiamo tutti, e l’incendio della propria Casa ha avuto spesso un ruolo decisivo. Significava invariabilmente che l’incendiario, di lì a poco, sarebbe morto per mano del nemico. Erano situazioni senza scampo, sia per le conquiste che per le difese. I maestri negli ultimi duecento anni sono stati i russi. Due invasioni e due ritirate bibliche con incendio. L’invasore avanzava su una terra divenuta Luna. La maggior parte dei ritirati periva, o veniva dispersa, e non aveva speranze di tornare, il tornare non aveva senso, non c’era più nulla. Coloro che invece andavano alla conquista dicevano di “tagliarsi la ritirata”. I soldati sapevano di non aver nulla da guadagnare ad abbassare le armi, dovevano conquistare perchè dietro di loro nulla era più.
In un modo o nell’altro chi incendia la propria Casa, crede in modo assoluto di dover morire (in fatto o nel sentimento) di lì a poco.
Questi ragazzini incendiano perchè sono già morti.
Sentono che la morte non può essere peggiore di ciò che la loro vita è oggi, e ancor più lo sarà in futuro. Sono ectoplasmi del consumo di marca.
Da folle visionario potrei arrivare a dire che questi sono segni chiari di ciò che temono di più alcuni saggi scienziati, che cioè l’Umanità può estinguersi solo se decide di farlo.
Parrebbe che il programma sia già avanzato.

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