La capote

Le chiavi roteavano nella toppa della porta di casa, con il suono metallico che prometteva, giorno dopo giorno, il sollievo della cella tecnologica alla depravazione della vita civile.
Ma Luigi era troppo stanco per pensarci. Aveva la nausea di chi ha fame, e troppo poco zucchero nel cervello per capire tutto ciò.
Erano le nove di sera e non gl’importava dei ragazzini, non gl’importava della moglie, e neanche della riunione dell’indomani, la millesima riunione “decisiva per la tua carriera”. Gracchiò una risata amara: la sua carriera era illusoria come l’importanza delle riunioni.
Aprì il frigorifero strinandosi la cravatta nel tentativo di toglierla. La maledetta strinse di più il suo nodo, complicandogli la vita.
Disperato, mollò le braccia e le spalle, abbandonò la testa sul collo e crollò a sedere, a gambe incrociate.
Tu ami il tuo lavoro, si disse tentando un’emissione di adrenalina dal cervello sfatto.
Lo ripetè un paio di volte, ma non riusciva.
Tentò con la respirazione yoga, ma fu peggio di peggio, gli si aprirono i recettori della fame, mentre lo stomaco brontolava.
Pensò che se si fosse suicidato buttandosi dal balcone, perlomeno non avrebbero dovuto pulire la strada dai residui di cibo nelle sue frattaglie.
Ma come gli venne quel pensiero?
Immaginando la calma del dopo, dopo lo schianto che segue il volo, dopo l’urlo forse strozzato dell’attesa, dopo quel saltino a volo d’angelo che non avrebbe rinunciato a fare, in un ultimo gemito di libertà, immaginando la calma, decise che non valeva la pena di aspettare chissà quanti anni di tortura.
Che cazzo, gli uomini decidono! Quello diceva il super presidente della holding, non faceva che ripeterlo, bavoso ottantenne con le palle degli occhi fuori dalle orbite, iniettate di sangue per le strafogate di viagra. Maledetto!
Luigi uscì di casa senza chiudere la porta e si diresse all’ascensore, ripetendosi continuamente gliuominidecidonochecazzo gliuominidecidonochecazzo. Raggiunse il tredicesimo piano e uscì sul tetto, con una vista mozzafiato, una distesa di merde umane ingabbiate nella follia, nella brutalità inumana, nello schifo.
Guardò giù nel parcheggio e gracchiò una risata.
Salì in piedi sul parapetto e riempì i polmoni, sentendosi Uomo e Libero per la prima volta dopo decenni. Si accorse che erano tanti. Decenni! Maledetti!
Guardò di nuovo giù nel parcheggio, dicendo che almeno almeno gliene avrebbe potuta schiantare una di quelle dannate macchine. C’erano cinquecento e suv, mercedes, bmw e fiat. Nobilie  sfigati. Più sfigati che nobili.
La vide.
La maledetta Z3 dell’inquilino col posto di proprietà davanti al portone del palazzo.
Era poco più a destra, e si spostò. Si avvide del vento, e decise di spostarsi ancora più a destra. Immaginava la capote sfondata e il contenuto del suo stomaco finire sul lussuoso pomello del cambio, mentre la materia grigia, quel preziosissimo agglomerato di neuroni che pensavano a come fottere la gente, gocciolante sul palissandro del cruscotto. Non avrebbe mai potuto lavare via la sua merda, quello stronzo!
Ma Luigi fece un errore: alzò gli occhi e vide le nuvole.

Non avrebbe dovuto.Con un moto involontario gli si aprì la trachea e un immenso respiro vitale gl’inondò i polmoni. Com-prese. Com-prese tutto.

E com-prese anche sè stesso. Si perdonò, in un istante. Ma non dimenticò. Ma doveva fare qualcosa per non dimenticare mai più ed entrare  nel Nuovo Mondo.
Gracchiò una risata argentina, si aprì la patta dei pantaloni e uno scintillante liquido giallo si precipitò sgocciolando per tredici piani, fino alla nera e lucida capote della z3.
Luigi avrebbe voluto averne a litri, a decalitri, a oceani, e ridere, ridere.
Ah! Che bella la vita!

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