Tremonti: l’impero, il baratro, Adriano e la Catena di Sant’Antonio.

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Il Corriere della Sera on line ha pubblicato martedì scorso un’intervista al Prof Giulio Tremonti, attuale deus ex machina dell’economia italiana.
Il tono è colloquiale, da discente a discepolo, lontano dal verbo tipico della politica parlamentare e ministeriale.
Una vera cascata di rivelazioni, una cornucopia di messaggi in chiaro, ma come al solito, tra metafore, analogie e rimpalli storici, solo per chi ha orecchie che intendano.
Ed infatti, a sottolineare l’importanza delle sue parole, le stesse sono passate sotto assoluto silenzio, soverchiate dal rumore prodotto dal gran rifiuto del passaporto italiano da parte della presidentessa francese per diritto di talamo.
Che dice il professore?
Primo: Obama è il primo politico occidentale del XXI secolo.
E’ una lettura niente affatto originale, diciamo che ormai la politica mondiale si svolge, per metà, tra personaggi ormai dentro il xxi secolo. Esclusi dal secolo presente siamo rimasti quasi solo noi italiani e i polacchi … che c’entri il precedente papato?
Secondo: Tremonti paragona l’america di oggi all’impero romano sotto Elagabalo (nell’articolo era chiamato Eliogabalo) e Adriano. Il primo era un oscuro tardo imperatore eletto poco democraticamente dai suoi soldati e mandato a Roma dove cercò di instaurare nuove religioni personalistiche e lascive. Il secondo, come sanno tutti, è stato l’astro del buon governo, intelligente, premuroso, accorto e modesto a sufficienza. E‘ chiaro che il Professore predilige il secondo, nella speranza che Obama sappia farsi interprete dei valore democratici degli anni ’30, tanto per stare nel tema della post depressione economica.
Terzo: Obama però deve capire bene cosa è successo. E qui il professore si lancia: nessuno ha ancora capito niente, a livello accademico. Non si era capito prima, ed infatti ecco la crisi finanziaria, e non si è capita ancora la causa vera. Quindi un problema intellettuale. Dice testualmente: “devi capire che cosa è successo ed è per questo che quella intellettuale è la condizione delle condizioni.”
Quarto: il professore ci da la sua versione delle cause della crisi. Innanzitutto essa è globale non tanto perchè è estesa su tutto il globo, ma perchè causata dalla globalizzazione stessa. Insomma, in un momento di grande apertura economica, di sviluppo industriale nella metà più popolosa del mondo era chiaro che le cose fatte in fretta e male alla fine dovessero prendere un raffreddore.
Quinto: la crisi finanziaria non è finita. Anzi, dopo il raffreddore arriverà la bronchite, poi sarà la volta della pleurite ed infine si prospetta anche la complicazione finale, la polmonite fulminante da batterio “derivato”. Insomma i medici sanno che il malato prenderà queste malattie. Sanno più o meno cosa fare con la bronchite, cosa proporre per la pleurite, ma la polmonite fa davvero paura. Tutto dipende, dice il professore, dalla velocità con cui il malato si ammala. E’ ovvio. Se uno si prende quattro affezioni in una settimana, è morto, se ci mettiamo un anno ce la possiamo fare. Quindi, innanzitutto, i potenti prenderanno tempo, nascondendo la polvere sotto il tappeto.
Sesto: la polmonite non dipende da un virus, ma dall’ambiente economico. IL meccanismo adottato è stato (ed è) quello della catena di Sant’Antonio, basata sull’Illusione.
E qui fermiamoci un attimo. Ragazzi, è grossa. Qui abbiamo il superpotentato economico di una nazione G7 del mondo che dice che la finanza (e l’economia) della fine del xx e l’inizio del xxi secolo funzionavano in tutto e per tutto come la catena di Sant’antonio. Chi non ha idea di cosa sia, può leggere il mio racconto “la ricevuta blu”. Io stesso ho scritto sull’illusione della Catena in altri articoli. Ma attenzione, io sono solo un dimenticato blogger disperso nell’oceano delle opinioni mondiali, e metto nel conto che dicendo io queste cose la gente mi guardi come un pazzo.  Sarebbe normale. Non è invece normale, sebbene possa essere lodevole da un punto di vista intellettuale e scientifico, che lo dica il Ministro Supereroe. Io posso anche essere tacciato di idee fantasiose, ma lui incassa le tasse e spende milioni di miliardi di euro. M…a, questo qui mi sta scavalcando in avanti! Settimo: la cura, dice il professore, sta nella politica. Ovvio è conseguente, dico io.
Ma va bene che l’arte della poltiica è virare di bordo quando il vento cambia, ma questa gente qui ha invertito la rotta di 180 gradi. Al prossimo consiglio dei ministri rischiano di avviare una politica keynesiana come non se la sognava neppure Berlinguer ai tempi d’oro! Insomma, per decenni hanno sventolato il mito del liberismo, si sono ingrassati di soldi, hanno accumulato fortune, hanno ridotto sul lastrico e alla fame intere generazioni di  nazioni nel mondo, e adesso rispolverano il vecchio caro Keynes? Adesso ci vogliono far credere che è venuto il momento d’investire?
Allora qui occorre procedere con ordine.
Chi si fida dei lupi che diventano agnelli? Nessuno.
Berlusconi che fa una politica Keynesiana significa solo una cosa: lo stato spenderà, a beneficio soprattutto di pochi. E in questo modo non risolverà nessuna crisi. L’ego del Deus ex machina economicus italianensis (Tremonti) potrà anche soddisfarsi a manovrare le sue brave leve del quasi-deficit spending, ma saranno schiocchezze per due motivi: l’italia non ha soldi da spendere,se lo fa lo fa a danno del popolo (presente e futuro) e quindi causerà già nel breve periodo (fine del prossimo anno) una vera catastrofe.
L’unico modo vero per uscirne è aumentare il reddito di chi lo ha perso. Dare alla gente potere di spesa. E diminuire i consumi globali, cominciando da quelli statali, che sono abnormi. E questo Adriano lo potrebbe fare solo diminuendo le spese statali e prendendo ai ricchi per dare ai poveri. Una vera cura dimagrante dello stato e della classe ricca, a beneficio di poveri, disoccupati e precari.
E questo Tremonti, dobbiamo sospettare, lo sa. Lo sanno benissimo. Ma non lo faranno.
Diranno che fanno politiche di sinistra e spenderanno in sovrastrutture pubbliche, a beneficio di pochi. Ponti, centrali nucleari eccetera. Il popolo dovrà obbedire, come a Napoli.
E noi tutti, tranne loro, tra un anno saremo ancora più poveri.
E non mi venite a dire che questo è becero pessimismo. E’ solo realismo. Lo so che Berlusconi odia i pessimisti, e avrebbe anche ragione, ma se uno è pecora e spunta il lupo travestito da ottimista, allora la pecora o scappa belando pessimisticamente oppure muore.
Insomma, è troppo facile sventolare la bandiera dell’ottimismo per sgozzare le pecore.

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