Se nessuno racconta

Cronachedigusto.it è un news blog di enogastronomia assai ben fatto e seguito, una delle mie fonti nel cosidetto mondo del vino che, da quasi vent’anni, fa parte del mio know how professionale.
Di recente, e con forte coraggio, i giornalisti di Cronachedigusto.it si sono imbattuti nel grande drago silente del vino siciliano, il conosciutissimo ma poco apprezzato e ancor meno consumato Marsala Doc.
In passato ho lavorato in una Cantina di Marsala, che però aveva puntato su vini diversi. Dopo qualche tempo studiammo un Grillo in purezza con l’intenzione di recuperare, in senso moderno, la tradizione di quello che fu.
In quell’occasione feci qualche ricerca storica, non proprio approfondita, e di valutare alcuni processi storico-economici interessanti nelle vicissitudini di questa Doc un tempo molto apprezzata.
Da queste ricerche e riflessioni è scaturita l’opinione che il Marsala soffre di molti mali, e ciò è affermato anche da tutti gli illustri personaggi che sono intervenuti nel dibattito delle colonne virtuali di Cronachedigusto.
La maggior parte degli intervistati, o intervenuti, partono dal prodotto, che deve cambiare in meglio, dicono. E come si fa a non essere d’accordo? Il prodotto è la prima P delle variabili di marketing come le insegnano a scuola. Se non c’è quello, in senso oggettivo, e anche allargato e metaforico, non c’è business, non c’è produzione, nè vendita. Anzi non c’è proprio niente.
Purtroppo però, come taluni affermano, credo che non basterebbe.
Dicono che ci vorrebbe una forte azione di marketing.
E qui sarei anche d’accordo, se non fosse che immagino benissimo che genere di azioni di marketing immaginano: pubblicità, ombrelloni, kermesse degustative, opinion leader, hostess, viaggi premio, fiere e manifestazioni, cocktail eccetera eccetera eccetera.
Ma sono convinto che neanche queste possano produrre l’effetto desiderato, perchè sono necessarie alcune precondizioni culturali.
Per capire cosa intendo basta guardarsi intorno.
Di tutte le aziende che fanno marsala doc solo pochissime, e stanno nelle dita di una mano, lo fanno davvero pensando alla qualità, a fare un vino prima di tutto davvero buono e godibile, in ogni declinazione del prodotto. Ancora meno, forse solo una, si rifà esplicitamente ad una tradizione storica, la alimenta, tenta di raccontarla. E’ una cantina che ha al suo interno un patrimonio storico di ottima levatura, seppure solo una parte di quello che era l’antico splendore. A parte ciò, dell’immenso potenziale di storie avvincenti, dettagli straordinari, avventure di tycoon ottocenteschi che affrontavano tempeste e si lanciavano in rischiosi investimenti navali tra le guerre, nulla.
Mettiamoci nei panni di un ipotetico turista che, appassionato del mondo del vino, vuole godere l’immersione nella gloriosa narrazione culturale del Marsala Doc. Per vedere cosa lo aspetta entra su http://www.flickr.com e digita il tag “Marsala”. La prima immagine di vino è la 64sima, e nelle prime 148 solo 4 mostrano vino. Ma supponiamo che sia un tenace e voglia davvero vederci chiaro. Si reca quindi a Marsala, intenzionato a visitare e anche a comprare. Cosa trova? Praticamente niente. All’ingresso della città qualche cartello poco convinto, una cantina storica che lo accoglie in visita, gli fa intuire un passato grande e rigoglioso e gli vende alcune ottime bottiglie, alcune delle quali ben studiate. Una fontana non racconta il Marsala ma il mito di Bacco (almeno così pare). Supponiamo che si sia informato qui e là e chieda a qualcuno di indicargli la cantina di Ingham, quella di Woodhouse, la Casa dei Florio. Se le trova, vedrà dei ruderi dimenticati, o frazionati e riutilizzati, smembrati, demoliti. Più nulla potrà vedere che abbia memoria di un grande passato, tranne qualche bottiglia impolverata che riporta un nome che ormai nessuno ricorda perchè fosse tanto glorioso.
Nessuno racconta più un passato che è stato. Forse suppongono che un appassionato di vino debba essere informato, ma non si trova più da nessuna parte una storia appassionante, coinvolgente, emozionante di ciò che fu.
E nemmeno i produttori di oggi salgono sulle spalle di quelli del passato per rinnovare, per evolvere, per affinare ulteriormente, per illuminare con la moderna tecnologia vecchi modi di pensare un prodotto.
Eppure era buono, davvero buono e affascinante; davvero Withaker, Ingham e Florio furono dei colossi economici fondati sul Marsala. Ingham stesso prestava soldi al Re vendendo “vino ad uso di Porto”, che male ci sarebbe a dirlo?
A Palermo il Palazzo Ingham nessuno saprebbe indicarlo, e solo pochi saprebbero dire come e perchè una famiglia Whitaker (ovviamente inglese) ha costruito due magioni tra le più straordinarie della storia urbanistica di Palermo.
In fondo, non ho mai capito se qualcuno se ne vergogna perchè erano inglesi.
La realtà fattuale è che si dice che c’è un grandioso passato per sfruttarlo obliandolo, si dice ma non si racconta. Ma se non si racconta in modo appassionante una storia, quella scompare, e con quella tutti i suoi prodotti.
E’ facile dire “il Marsala ha una storia grandiosa”, ma se non la si racconta, se non la si vivifica con ciò che si vede, si tocca e si degusta, allora restano poche parole a fronte di un fatto incontrovertibile, un prezzo al consumo irrisorio di poco più di mezzo litro di un liquido che nessuno sa cosa contiene, nessuno sa il perchè e il come, rimanendo solo una “cosa” che vale “poco” perchè questo è il suo prezzo.
E in questo mondo, giusto o sbagliato che sia, il prezzo equivale al valore, in tutte le sue dimensioni.

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