visioni di Stato

Ieri pomeriggio ero sull’autostrada Palermo Trapani diretto ad alcamo, verso le 16, mentre il termometro segnava 40 gradi sul muso della macchina.

Girando con le frequenze della radio, resto bloccato dalla voce indimenticabile del nostro Ministro Tremonti. Dopo poche parole capisco che sta parlando con la mente, se non proprio dal cuore, che vola alto ma non troppo, che insomma si è messo in testa di far capir qualcosa.

L’ho ascoltato per dieci, dodici minuti, troppo pochi, ma bastanti per restare davvero colpito.

Il suo intervento non è riportato dai grandi giornali, e sul web ho trovato solo questo di un foglio di notizie. Ciò secondo me dimostra che quel discorso (condito dal fatto, scoperto oggi, che era pronunciato in un convegno del Pdl ad Orvieto patrocinato da Alemanno,  indicato da Tremonti come un uomo politico di prima grandezza, un vero statista) è importante.

Non voglio riportare quel che ha detto, ma le mie impressioni sulla costruzione culturale (economica, sociale, politica e più ampiamente filosofica) da cui derivano logicamente gli argomenti esposti.

Prima di tutto: ciò è importante? Credo di si, perchè indica la strada che il Mago Merlino traccia davanti al suo Re Artù, che potrà seguirla oppure no, oppure arriverà qualcuno a toglierli la poltrona, ma Mago Merlino è importante, bisogna tenerne conto.

Dalle parole di Tremonti ho cercato di figurarmi ciò che stava dietro, anzi sopra.  Le idee di fondo che lo ispiravano. Certo, per esserne sicuro dovrei leggermi tutti i discorsi importanti e anche i suoi libri, ma faccio atto di superficialità, contando sulla potenza della prima impressione.

Credo che Giulio abbia chiaro che nel mondo oggi ci sono: la finanza, le multinazionali globalizzate e gli stati. Lo stato è un’azienda di servizi forniti ai cittadini  che pagano le tasse e che non decidono di avere o no un servizio, ma votano chi decide, con un meccanismo semplice del “no taxation without representation” (anche berlusconi lo ha imparato tempo fa). Siccome nel secolo scorso nacque una cosa che si chiamava politica economica, cioè il ruolo dello stato sociale nell’economia, nacque il deficit spending. (per la verità lui ha detto che questo peccato nasce con il totalitarismo centrale della finanza pubblica, in assenza quindi di decentramento (lo dice per favorire il federalismo) ma da professore di economia sa benissimo che non è così). Lo stato, oggi indebitato a causa del passato, non ha più possibilità di intervenire in economia, non ha più alcuna leva, nè fiscale nè finanziaria. Anzi, siccome, dice, lo stato sociale è stata la grande conquista del xx secolo, per salvarlo occorre fare delle scelte oculate e molto ben ponderate.

Forse, penso, Giulio immagina il governo italiano come una piccola azienda indebitata, che si relaziona quotidianamente col direttore della filiale di banca, per sapere se sono arrivati bonifici, la valuta e la disponibilità. Le scelte vere, di politica, le delega a organismi sovranazionali, EU, BCE, società di rating di New York.

In quei dodici minuti Giulio non ha mai parlato dei servizi offerti, di cosa fa lo stato per legittimare la sua esistenza. Credo che immagini le elezioni come l’Assemblea di una quotata in borsa, in cui i giochi sono fatti prima ancora di indire la riunione.

Ricorda di aver lanciato quella bellissima cosa che è il  cinque per mille, che da occasione ad organizzazioni, comuni e no profit di fornire servizi vari alla gente. Lo stato, vuole forse intendere, deve delegare, deve affidare a diversi enti le sue funzioni, perchè non ce la fa più, non può, non ha più un euro, nè lo avrà mai più. Non c’è nessun progetto alternativo, lo stato che c’era non è più, nè mai ritornerà. E’ come un’azienda che fabbrica motori a benzina il giorno in cui un’altra comincia a produrre motori da 100 cv che vanno a limonata.

Gli enti locali, più vicini ai votanti, devono darsi da fare, sono loro che devono prendere la fiaccola dei servizi ai cittadini. E via via la gente deve capire che le tasse le devono pagare al sindaco, non al ministro delle finanze.

Intediamoci, Giulio non ha tutti i torti. Persino gli USA di Obama stentano a trovare un ruolo tra grande finanza, globalizzazione e rarefazione del ruolo interno ed internazionale, e una semplice fuoriuscita di greggio dal fondo del mare basta e avanza a dimostrare che l’onnipotente amministrazione governativa è fatta di un branco d’incompetenti poco creativi: aspettano che sia la BP a risolvere il problema, con tutti i sommergibili nucleari che hanno. Ridicolo.

Tutti gli economisti più anziani, quelli che vengono dalla vecchia scuola concordano: lo stato, il concetto stesso, la sua genesi e la sua evoluzione è anacronistico, quindi va messo in liquidazione.

E Giulio si è ritagliato il ruolo di liquidatore d’Italia.

Non lo invidio, tra Scilla e Cariddi, e con un equipaggio di scalmanati ignoranti.

Per la verità non ci sarebbe niente di male, nella storia dell’uomo molte organizzazioni sociali hanno cambiato pelle, ruolo, ampiezza, nome. Capita da sempre.

Già qualche giorno fa l’Onu ha approvato la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, e se la stessa cosa la facesse Bossi, nel giro di quindici giorni le carte geografiche dovrebbero essere ridisegnate.

Siccome sono un convinto assertore dell’autodeterminazione (vera) dei popoli, se dovesse accadere che il 50% +1 degli abitanti votasse per il SI, addio e buona fortuna.

Una volta scrissi in un romanzo un pò fantascientifico che l’Italia si sarebbe divisa in tre stati, e sono convinto che il Papa, al centro, ha già deciso. D’altra parte, che ci faceva Bertone da Vespa, l’altra sera?

Siamo sempre nella patria di Machiavelli.

La condizione essenziale per poter continuare a fare questi giochetti è che le pecore restino tali e che i lupi abbiano denti e cervello.

Chissà se le pecore sono ancora tante e se i lupi hanno davvero cervello.

Lo scopriremo, ahinoi, molto presto.

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