Distillato

Le ikonovelle qui pubblicate sono state raccolte in un libro, “Distillato”, realizzato in unica copia d’arte.

“Distillato” ha una prefazione e si chiude con una pagina di ringraziamenti.

Prefazione

Il distillato è un supersucco superalcoolico delle vinacce, lo scarto della lavorazione del vino. In pratica è come dire che dalla schifezza nasce la vera realtà dell’annata viticola.
A volte capita anche nell’uomo che dai dolori, dalle sofferenze, dalle sconfitte, per liberarsi, voglia fare un super succo tossico, ed espellerlo.
Rileggerlo poi è consolatorio: non si fanno più gli stessi errori.

Ho usato immagini e parole perchè le une e le altre da sole non bastavano per essere alcooliche, ovvero tossiche. Ci voleva qualcosa che amplificasse, che facesse bollire da sotto quella merda calda delle vinacce.

Ringraziamenti

Ammesso che queste ikonovelle siano piaciute, ovvero abbiano offerto occasione di riflessione o un qualche piacere estetico a qualcuno, ciò è dovuto all’autore, in primis, e a un ristretto numero di persone, che con il loro stupore hanno fatto nascere in me il dubbio che forse qualcosa di buono in questa cosa pure c’era.
Leonardo Recalcati di Adpositive e sua moglie Valeria mi hanno scoperto, spinto e sollecitato e anche aiutato materialmente: la veste grafica curata da Leo dà a tutto ciò una forza e un’impulso moderno che serviva al mio concetto dell’ikonovella. Lo ringrazio anche  di aver sopportato  I miei lunghi e appassionati sproloqui. Senza di lui tutto ciò non esisterebbe (e quindi, se non vi piace, prendetevela anche con lui).
Mia moglie e I miei bambini, che con affettuose alzate di sopracciglio mi hanno sempre compreso e appoggiato nella lunga stagione deludente della mia vita.
I miei genitori e mio fratello, per avermi sopportato e incoraggiato, qualunque cosa stessi combinando.
Infine ringrazio tutti quelli che hanno lavorato, anche con grande impegno, per mettermi I bastoni fra le ruote, in tutti I miei intendimenti del passato. So di essere stato un osso duro, perseverante ai limiti della pervicacia, ma alla fine li ho fatti felici scendendo dal carro per andarmene per fatti miei. Senza costoro, finalmente, non potrei sorridere, come faccio, mentre vado per la mia strada.

spazio

Vide la terra allontanarsi a forte velocità.
Dopo qualche secondo persino le macchie delle boscaglie erano dei puntini spersi nel marrone uniforme della pianura.
La poltrona vibrava leggermente, collegata com’era a potentissimi motori a razzo, e l’accelerazione gli schiacciava l’epidermide della schiena.
Alle soglie della stratosfera vide in un secondo il cielo farsi nero.
Era molto contento. Sarebbe andato tutto liscio.

24 ore dopo la barba ispida grattava contro il bordo della tuta ogni volta che si girava a controllare la pressione interna del modulo.
Stava scendendo e così l’ossigeno.

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Dal centro comunicarono di passare al respiratore automatico.

D’improvviso ebbe la certezza della solitudine, come un’enorme globo duro che si espandeva velocemente e lo investiva obbligandolo a prendere aria con forza, quasi stesse annegando, e a trattenere un’improvvisa commozione.
Gli fece male il cuore.
Ora sentiva la presenza del nulla, del niente, del freddo, del buio, dello zero assoluto pochi centimetri fuori dalla portata del suo braccio teso, oltre lo spessore di pochi millimetri di alluminio.

Egli era solo.
Un ammasso di cellule sparate nello spazio per la gloria del suo paese.
Un insieme di senso, nozioni, capacità di elaborazione.
E poi di sentimenti.
Amore, per se, per lei, per i suoi, tanto tantissimo amore come non sentiva da molti anni ormai.

Mentre piangeva entrò in coma.

Incosciente, cominciò a rantolare via radio e questo strano suono fu captato da un radioamatore che smanettava con le alte frequenze. Dapprima gli sembrò un disturbo atmosferico, ma il suo ritmo gli drizzò I capelli sulla nuca: stava succedendo qualcosa. Provò a chiamare più volte, ma niente, si sentiva solo quel suono basso e rauco, dal ritmo impreciso.
Qualcuno, solo, stava morendo.

farfalle

L’appuntamento era per le 14,30 ma avevamo deciso di incontrarci un quarto d’ora prima, davanti all’ingresso della banca, per prendere gli ultimi accordi, raccontarsi le solite novità e farsi coraggio.
Ernesto come al solito era in ritardo, di poco, e come sempre in simili occasioni aveva l’espressione improntata ad un’enorme sofferenza, come di chi ha appena saputo di avere un cancro o dovesse affrontare l’inquisizione. E come al solito bramava la mia energia, il mio sorriso sforzato e insicuro, la mia voglia di leggerezza. La nausea mi agganciò come sempre a leggergli negli occhi acquosi la brama della vita che non riusciva ad avere.
Come al solito reagì facendo lo spaccone, certamente immaginando nella sua mente di essere l’ultimo eroe della battaglia di chesny kreek, contro un mucchio di urlanti indiani. E come al solito faceva finta di dimenticare che comunque l’ultimo eroe è sempre morto e oltre allo scalpo gli portano via anche le chiappe, e comunque sempre, proprio perchè ultimo, nessuno ne saprà mai niente.
La nausea mi diede un leggero mal di stomaco.
decisi di calmarmi e di salire comunque, come sempre, questo calvario.
Suonammo al citofono e di lì a pochi istanti eravamo fatti accomodare in una scarna stanza con tre sedie e un tavolo dall’aria disabitata.
Arrivò il Dott. Ciavolo che attaccò con i soliti convenevoli (che caldo oggi, ma l’anno scorso è stato peggio, ma così non può continuare) cosa che permetteva a Ernesto di calare casualmente recenti incontri con illustri personaggi qualificati come suoi fraterni amici. Poi il “come và” che va a introdurre l’argomento spinoso:
<< La vostra situazione sta peggiorando, la centrale dei rischi è sempre peggio da alcuni mesi a questa parte ed inoltre non lavorate abbastanza con noi….. la mia direzione mi ha chiesto di proporvi gli strumenti per una riduzione di fido del 50%>>
Ernesto mi guarda come a chiedere “Quali strumenti”, io resto una sfinge, so benissimo che gli “strumenti” sono un’eufemismo, che vogliono soldi, sempre e solo soldi.
Ma Ernesto, l’eroe dei tre mondi, dice sempre si, tutto quello che volete, ma certo, senz’altro, noi eroi facciamo tutto e il contrario di tutto, faremo un miracolo, anzi due, e se ci date tempo anche tre, così sarete tutti amici nostri, perchè è quello che vogliamo, e che voglio, tutti bravi amici che si bevono tutte le panzane dell’eroe dei tre mondi, perchè il buon Dio ne sta facendo uno solo per me e per i miei amici, lo voglio chiamare Paradiso, e non è captazio benevolentia (l’ho imparato da un mio fraterno amico avvocato, il migliore della piazza) …..
Cominciava a bruciarmi la sedia, non sapevo più se avrei controllato le gambe che volevano scappare, oppure la bocca che tratteneva a stento un urlo.
Basta così, per favore.

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La nausea mi fece ronzare le orecchie. Volai via in mille pezzetti colorati:
Grazie a te Signore io sono altro, sono altro, sono altro.

windform

Quando il mirto è giovane è aggressivo, ribelle, si espande di qua e di là.
Vuole imporsi sui centimetri di terra che gli stanno intorno, e se incontra roccia, vuol spezzarla, inciderla.
Poi quando  diventa più grande incontra  il vento.

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Il vento non minaccia, il vento non offusca, il vento non ruba l’acqua. Sembra inoffensivo, così etereo, così leggero, mai superbo, mai un tono fuori posto. A volte un pò pazzo, ma sempre affabile.
Eppure col tempo del vento il mirto si accorge che non può crecere più. Se lui allarga un ramo, magari lì per lì non succede niente, ma poi un bel giorno arriva lo scirocco, o il maestrale, e se lo porta via. E così anno dopo anno il vento così mite, così dolce rispetto al duro legno del mirto, lo modella, lo forma, lo induce a essere come vuole lui. Il mirto si ribella, aspetta l’annata buona e caccia un sacco di gemme e pare quasi che ce l’abbia fatta, ma poi ecco che arrivano tre sventolate, e di nuovo tutto a pezzi, tutto da rifare.
Poi il mirto inflessibile comprende che deve assumere una forma particolare, aggraziata, soffice e tondeggiante, in modo da essere amico anche dei venti più pazzerelli. Non si piegherà, ma favorirà il suo amico porgendogli il lato più sottile, sollecitando la sua tenerezza. E così riprenderà a crescere, con calma, stando accorto a mettere le gemme al posto giusto, senza strafare. Il tempo, e il vento, faranno il resto. Un cespuglio ci mette anche 300 anni, all’uomo  non basta una vita e ce ne vogliono decine.

alla ricerca dell’oro

Jack è un cercatore d’oro e ha camminato lungo le coste dell’Alaska per 850 chilometri.
Ora si è fermato nella Baia Jefferson, in riva a un ruscello di fusione del ghiacciaio Target, e cerca l’oro quando può, perchè deve darsi da fare per restare vivo.
L’uomo più vicino a lui sta a 35 chilometri di ispide montagne.
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Una volta l’anno un pescatore gli porta del tabacco, della farina, munizioni per il winchester e qualche pezzo di cioccolata. Lui paga con qualche pelliccia. Bevono insieme una birra e poi il pescatore se ne và, dandogli appuntamento all’anno prossimo.
Ha fabbricato una solidissima capanna di tronchi vicino al margine della foresta e affumica salmoni nella tarda estate, quando gli orsi sono già ben grassi.
Il posto è stupendo, di una bellezza e di una luce da mozzare il fiato.
A volte pensa che potrebbe ripartire, per cercare il filone d’oro giusto, quello grande, il sogno della sua vita. Ma poi si guarda intorno e si dice a voce alta, anche se è solo: << bè, vedremo la prossima estate>>.
Dopo tutto Jack è un cercatore d’oro.

il paladino azzurro

Oggi ho combattuto.
La battaglia è stata vinta.
Ho ucciso molto, ho avuto molto potere sulla vita.
Ne ho uccisi tanti e ho visto sangue scorrere a fontana, e alla fine ne ho bevuto.

Oggi ho lavorato.
I soldi sono stati conquistati.
Ho venduto molto, ciò di cui nessuno ha bisogno, e in cambio ho avuto molto denaro, molta energia, molto sangue.
Ne ho avuto molto e adesso anch’io comprerò ciò di cui non ho bisogno, dando il sangue conquistato, il sangue degli altri che io ho posseduto.

Oggi ho parlato.
La legge è passata.
Costringerò molte persone in futuro a fare quello che voglio io, e adesso respiro il potere sulla loro vita perchè gli creo sofferenze, guai, difficoltà, dolori.
Ora ne sono pieno, ma già milioni di mosche infette mi ronzano intorno per partecipare al banchetto.

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Oggi ho giudicato.
Il colpevole è stato condannato.
La legge è stata applicata con verità fino alla naturale distruzione dell’uomo, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua mente.
Domani tocca ad altri colpevoli e a nuove sorsate di potere.
La legge è potere solo sul dolore.

gocce

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Alle 8,15 di ogni giorno, in fila con gli altri, timbro il mio cartellino, che serve a qualcuno per sapere che anche oggi sono al lavoro.
Poi, in fila, prendo l’ascensore, e parlo con gli altri delle ultime novità della Ragnatela:
il tizio và in quell’ufficio mentre il caio va in direzione, la sempronia è incinta etc etc.
Un grande stanzone refrigerato che geme, urla, chiacchera, parlotta e dove si espongono tutte le bassezze umane: invidia, fornicazione, gola, accidia, e quant’altro.
Apro la posta elettronica e ci trovo la solita ventina di messaggi, da annullare subito, chè altrimenti ci passi la giornata con I bla bla degli altri.
Oggi però il direttore scrive a me.
Mi scrive per farmi sapere che hanno analizzato le statistiche della produzione dell’ufficio e che sono in cima alla lista dei più efficienti e anche dei più efficaci nel risolvere le problematiche della Ragnatela. Dal momento che questa situazione permane ormai da parecchie settimane, ci si chiede se io abbia un Metodo, così da poterlo esportare ad altre funzioni.
Io un metodo ce l’ho, ma mica glielo vado a raccontare.
Il mio metodo consiste nel lavorare circa due ore al giorno.
Io conosco la Ragnatela.
Siamo tutti come gocce d’acqua su di essa, a intervalli regolari e, a differenza di quello che pensano in molti, non ci sono gocce più grosse o più piccole, perchè altrimenti cascherebbero.
La ragnatela, non ha scopo, essa sta.
Per stare deve sorreggersi con la forza dei suoi punti terminali e ciò viene fatto con I soldi. Finchè scorrono soldi tra I fili, questi possono raggiungere le estremità e da lì saldare istante per istante gli ancoraggi.
Stante la premessa, tutto ciò che devo fare è far scorrere velocemente I soldi dal mio punto al successivo.
Quando mi arriva una pratica mi concentro con tutto me stesso: cosa vuol dire questa cosa per la Ragnatela, dove sono I soldi, come posso scorrerli ? Mi rendo subito conto dov’è il bandolo della matassa (invidia, accidia, gola, fornicazione etc.) e da lì amplifico il succo, poi lo focalizzo, aumento il suo valore, e lo faccio scorrere più in là.
Per farlo ci vogliono due ore al giorno. Per il resto navigo su internet, scrivo, fantastico, disegno, ma raramente parlo con qualcuno, perchè direbbero che non sono produttivo.
Adesso la Ragnatela si lamenta perchè io sto diventando troppo piccolo, sottile, e minaccio la stabilità. Mi devo ingrossare di nuovo.
Devo fare come gli altri. Devo pretendere soldi, esercitare il potere, oppure fornicare.
Proverò a fare la corte a Simona, l’ardente segretaria del capo, sperando che questo basti.

smettila tu

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Adesso che è quasi finita l’estate, piove, ma io ho ancora I sandali e quindi devo aspettare che smetta.
E’ una vita che aspetto che smetta.
Il caldo, il freddo, la miseria, il lavoro, mio figlio, mia moglie e il mio vicino di casa quando urla contro sua moglie.
Non posso fare altro. In realtà forse non so fare altro, ma questo non lo deve sapere nessuno. A me piacerebbe avere il cellulare, una bella macchina, e magari un’amante, e forse un giorno tutto questo sarà mio.
Ma oggi piove e io ho I sandali con le calze e proprio non posso andare da nessuna parte perchè se no mi bagno I piedi, e devo aspettare che smetta. Anzi speriamo che non mi capiti di portare dei bagagli a qualcuno perchè se no per 50 centesimi mi riduco tutto bagnato e poi io resto bagnato e quel bastardo invece se ne va in albergo tutto contento.
Ma io faccio finta di niente.
Sono uno che aspetta qualcun’altro, oppure che smetta.
Io i viaggiatori non li devo neppure guardare. Che se le portino loro, le loro sporche valigie!

Tel-evasione

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Improvvisamente il suo televisore cominciò a fare le bizze. Una nevicata abbondante sembrò inondare lo studio televisivo in cui una triade di ragazze non ragazze stava cercando di ammaliare il mondo parlando di inutili questioni personali.
Ernesto, che si era appena ben sistemato con la sua birra, s’imbufalì.
<<Dannato vecchio arnese, proprio adesso doveva guastarsi>>
Si alzò e gli diede un paio di pacche ben assestate sul lato destro, poi sul sinistro, ma l’immagine non cambiò.
<< Ma porca miseria ….. e non si vede proprio niente !>>
Bevve un paio di sorsi di birra e si chiese, ora, cosa potesse fare. Non poteva andare a dormire adesso, era troppo presto, avrebbe passato la metà della notte a rimuginare e a incazzarsi ancora di più. Pensò di telefonare ad un amico, ma non ne aveva voglia. Pensò di uscire e andare al Pub, ma faceva troppo freddo e non aveva voglia di vestirsi.
<< ma ci sarà pure un dannato televisore in questo schifo di palazzo ….. !>>
E gli venne l’illuminazione.
Proprio nell’appartamento accanto c’era una ragazza, forse studentessa. L’aveva incontrata un paio di volgte negli ultimi tre mesi. Ma conciato in quel modo non poteva proprio presentarsi. Si mise I pantaloni e si ravviò I capelli con le mani.
Prese le chiavi di casa e in un batter d’occhio stava suonando al campanello della sua porta.
Lucia gli aprì ed Ernesto gli spiegò brevemente cos’era successo e se poteva vedere quel programma da lei, se magari anche lei stesse vedendo la stessa cosa, ovviamente.
Lucia lo guardò a lungo, direttamente negli occhi, con un’espressione mista tra l’incuriosito e lo stupito, sondando le vere intenzioni di uno sconosciuto che si vuole intrufolare di notte nell’appartamente di una ragazza, ma non scorgendo nient’altro che un poveraccio che voleva vedere la tv,  un barlume di pena le addolcì lo sguardo chiaro.
<< Bè, se proprio vuole, però metta basso il volume che stavo studiando>>
Ernesto si sentì sollevato.
<< Ma certo, senz’altro, non le darò nessun fastidio, ……anzi, prendo le cuffie da casa mia, così non sentirà nulla>>
Dopo un minuto era seduto a si godeva il suo programma.
Le due ragazze non ragazze erano ancora lì e scoprì con sollievo che non si era perso assolutamente niente del discorso, stavano ripetendo quanto già detto qualche minuto prima. Una aveva accavallato la coscia destra e l’altra si era sistemata sullo sgabello in una posa più intrigante, ma per il resto tutto confortevolmente uguale.
Lucia si concentrò nello studio.
Ogni tanto lo guardava pensando che non sapeva neanche come si chiamasse quell’uomo che stava guardando delle donne in tv a casa sua.
Si accorse che se possibile lei era meno vestita delle ragazze non ragazze, ma lui non l’aveva degnata di uno sguardo. Era solo la proprietaria di una tv che funzionava.

L’indomani mattina, prima di andare al lavoro, bussò ad Ernesto con in mano il suo televisore e glielo regalò, dicendo che a lui era più utile e che peraltro poteva pure risparmiare sul canone.
Ernesto rimase di stucco e riuscì stentatamente a ringraziare.
Lucia stava già andando via quando si voltò dicendogli:
<< A proposito, io mi chiamo Lucia>>
E se ne andò.

Sud

per sud
Il cratere, ancora intuibile, lasciava a destra un’altura che si protendeva a sud, controluce.
La salita lasciava presagire un’ultimo piccolo sforzo, in mezzo ai radi e bassi cespugli spinosi, scolpiti dalla necessità di difendersi dal vento.
Salendo lo spazio si ampliava, via via che il bordo basso del cratere era alle spalle, ad ogni passo più ampio, a ogni passo un pezzo più grande di mare a destra e a sinistra era visibile, e l’aria serale diventava più leggera.
Finalmente in cima gurdavamo a sud, fuori dal cratere, sopra il forte pendio formato dall’antichissima lava che anche lei, un tempo, volle correre verso lo spazio illimitato che ci stava di fronte, portando calore di fuoco e determinazione ideale.
Il vento ci colse improvviso, uno sbuffo serale più fresco e odoroso del rosmarino selvatico che avevamo accarezzato con le nostre gambe,  sollevando le menti e  spingendole, volando, ancora più a sud, veleggiando sopra le antichissime terrazze nere e frastagliate.
Dietro percepivamo il buio cratere, l’oscura realtà che ci avrebbe inghiottito fra poco, nella necessità della gravità.
Mi concentrai per conservare a lungo questo attimo dentro di me, come una luce di ferro nel fluido evanescente dei ricordi.

Ancora qualche secondo, per favore.