… e il lavoro?

Quando nacque William tutti dissero che era un bel bambino. A Milkway city non se n’era visto uno più bello. Molti dicevano che guardandolo si aveva l’impressione che il sole fosse apparso tra le nuvole.
A dodici anni leggeva come un pazzo romanzi d’avventura e costruiva modellini di aereo.
Un paio d’anni dopo cominciò a frequentare il tetro negozio di pompe funebri della famiglia.
Conobbe il dolore, quello degli altri.
Conobbe la morte, quella degli altri.
Tutti i morti, collocati nelle lucide e sontuose casse da morto costruite dal padre, gli sembravano in realtà dei facsimile di uomo, come statue di cera a grandezza naturale. Il dolore dei parenti invece era reale, intenso ed urlava per essere alleviato.
Decise che il mondo aveva bisogno di dare ai morti quella bellezza che non avevano mai avuto da vivi.
Comprò un sacco di libri usati di chimica, poi di medicina e di dermatologia.
Fece degli esperimenti.
I cadaveri di topi, gatti e cani furono bruciati, poi liofilizzati, infine liquefatti, ma la bellezza era ardua da raggiungere.
Mentre faceva il primo anno dell’high school riuscì ad realizzare il primo cadavere di topo perfettamente pulito lustro, ma solo per un istante. Appena aperto l’involucro di trattamento il topo si disfece come polvere del deserto mentre una nuvola di vapore si librava nell’aria. William pensò di averne inalato tanto, di quel vapore, perchè gli venne l’idea che doveva trasformare tutta la sua vita.
Ci vollero sei mesi per metterla a punto. E la notte di Natale del 1994, finalmente, riunì la famiglia intera nel salotto buono di casa, mentre l’intera Milkway City si predisponeva a tagliare il succulento tacchino. Aveva predisposto tutto l’occorrente sotto un tavolo di legno, coperto da una grande tovaglia di raso nero. Quando l’intera famiglia si raccolse davanti a lui, tirò fuori un barattolo che conteneva un topo morto e zozzo di fango. Sua madre Molly per poco non svenne, mentre i baffi di John, suo padre,  sobbalzarono. Fritz ridacchiò pregustando la solita debacle dell’invidiatissimo fratello geniale.
Tutto invece andò bene. William mise il topo in un sacchetto di spessa gomma nera, facendolo sparire alla vista. Molly si riprese. Poi cominciò ad armeggiare intorno alla piccola apertura rotonda del sacco infilandoci intrugli polverosi, sostanze liquide colorate e vischiose paste, tutte misurate con cura  da diverse boccette. In ultimo prese un asciugacapelli da viaggio miniaturizzato e lo collocò nella parete interna del sacco. Chiuse tutto e inserì la spina. Il sacchetto trotterello vibrando sul tavolo producendo il sibilo ovattato dell’aria calda.
Poi, con espressione trionfale, aprì delicatamente il sacco tirando fuori il topo per la coda.
Meraviglia! Quello non era un topo, era un’opera d’arte! Era lucido e pulito, perfetto. La coda elastica, il pelo morbido come un peluche, le orecchie rosee, l’occhio presente, i baffi vibranti. Come vivo. Anzi, meglio che vivo. Leggi il resto dell’articolo

Il sangue della Terra

Sono nato dentro un chip dorato. I miei compagni, venuti al mondo pochi minuti prima, si affrettarono a rassicurarmi. Eravamo superprotetti dai sistemi di controllo e vigilanza del sistema informatico finanziario.
Si presero cura di me incanalandomi nel database. Lì stetti in grazia e solitudine, giocando alle transazioni con i miei amici.
La nostra educazione prese poco tempo. Ogni settimana un programma di analisi di bilancio ci riorganizzava secondo strutture di analisi comparative allargando le basi delle nostre esperienze. Alcuni, i più fortunati e promettenti membri del comparto swap, erano già stati trasferiti overnight in altre filiali, oppure fiondati nel cavo di connessione che chiamavano Overseas, ed erano tornati ancora sbronzi per l’accelerazione.
Man mano che ci catalogavano in mille maniere diverse cresceva la nostra autoconsiderazione. E più ci truccavano, ammaliavano e desideravano, più pensavamo di essere necessari a quel mondo lì fuori, che da qualche parte ci cercava.
Alla fine ci misero in prima linea, il Front Line. Ci dicevano di stare attenti, di stare pronti. Mettevamo il casco, illuminato dal contratto di assicurazione, pronti a lanciarci nei volumi delle transazioni internazionali.
Messi lì, difronte al caos delle girandole luminose, girava la testa.
Un flusso ininterrotto, alla velocità della luce, esplodeva lungo le connessioni cable telefoniche,  inebriate dai mille colori delle maggiori valute nazionali. Prevalevano il verde del dollaro e il rosso dell’euro.  A volte, quando il flusso rallentava in attesa della scansione, sentivamo il chiacchericcio multinazionale dei nostri colleghi che discutevano di questa o quella operazione, di come fosse bello il mare delle Filippine dal desktop del manager degli approviggionamenti dell’albergo cinque stelle, oppure delle profondità delle miniere di brillanti dell’Angola. Ma erano frasi smozzicate che potevamo solo intuire. Alcuni di noi, i più scafati, ci avvertivano. Occhio, sono tutte panzane. E ricordatevi: noi siamo nati per distribuire la forza e servire con energia.
Io stavo saldo e pronto a buttarmi nella mischia. Leggi il resto dell’articolo

La capote

Le chiavi roteavano nella toppa della porta di casa, con il suono metallico che prometteva, giorno dopo giorno, il sollievo della cella tecnologica alla depravazione della vita civile.
Ma Luigi era troppo stanco per pensarci. Aveva la nausea di chi ha fame, e troppo poco zucchero nel cervello per capire tutto ciò.
Erano le nove di sera e non gl’importava dei ragazzini, non gl’importava della moglie, e neanche della riunione dell’indomani, la millesima riunione “decisiva per la tua carriera”. Gracchiò una risata amara: la sua carriera era illusoria come l’importanza delle riunioni.
Aprì il frigorifero strinandosi la cravatta nel tentativo di toglierla. La maledetta strinse di più il suo nodo, complicandogli la vita.
Disperato, mollò le braccia e le spalle, abbandonò la testa sul collo e crollò a sedere, a gambe incrociate.
Tu ami il tuo lavoro, si disse tentando un’emissione di adrenalina dal cervello sfatto.
Lo ripetè un paio di volte, ma non riusciva.
Tentò con la respirazione yoga, ma fu peggio di peggio, gli si aprirono i recettori della fame, mentre lo stomaco brontolava.
Pensò che se si fosse suicidato buttandosi dal balcone, perlomeno non avrebbero dovuto pulire la strada dai residui di cibo nelle sue frattaglie.
Ma come gli venne quel pensiero?
Immaginando la calma del dopo, dopo lo schianto che segue il volo, dopo l’urlo forse strozzato dell’attesa, dopo quel saltino a volo d’angelo che non avrebbe rinunciato a fare, in un ultimo gemito di libertà, immaginando la calma, decise che non valeva la pena di aspettare chissà quanti anni di tortura.
Che cazzo, gli uomini decidono! Quello diceva il super presidente della holding, non faceva che ripeterlo, bavoso ottantenne con le palle degli occhi fuori dalle orbite, iniettate di sangue per le strafogate di viagra. Maledetto!
Luigi uscì di casa senza chiudere la porta e si diresse all’ascensore, ripetendosi continuamente gliuominidecidonochecazzo gliuominidecidonochecazzo. Raggiunse il tredicesimo piano e uscì sul tetto, con una vista mozzafiato, una distesa di merde umane ingabbiate nella follia, nella brutalità inumana, nello schifo.
Guardò giù nel parcheggio e gracchiò una risata.
Salì in piedi sul parapetto e riempì i polmoni, sentendosi Uomo e Libero per la prima volta dopo decenni. Si accorse che erano tanti. Decenni! Maledetti!
Guardò di nuovo giù nel parcheggio, dicendo che almeno almeno gliene avrebbe potuta schiantare una di quelle dannate macchine. C’erano cinquecento e suv, mercedes, bmw e fiat. Nobilie  sfigati. Più sfigati che nobili.
La vide.
La maledetta Z3 dell’inquilino col posto di proprietà davanti al portone del palazzo.
Era poco più a destra, e si spostò. Si avvide del vento, e decise di spostarsi ancora più a destra. Immaginava la capote sfondata e il contenuto del suo stomaco finire sul lussuoso pomello del cambio, mentre la materia grigia, quel preziosissimo agglomerato di neuroni che pensavano a come fottere la gente, gocciolante sul palissandro del cruscotto. Non avrebbe mai potuto lavare via la sua merda, quello stronzo!
Ma Luigi fece un errore: alzò gli occhi e vide le nuvole.

Non avrebbe dovuto.Con un moto involontario gli si aprì la trachea e un immenso respiro vitale gl’inondò i polmoni. Com-prese. Com-prese tutto.

E com-prese anche sè stesso. Si perdonò, in un istante. Ma non dimenticò. Ma doveva fare qualcosa per non dimenticare mai più ed entrare  nel Nuovo Mondo.
Gracchiò una risata argentina, si aprì la patta dei pantaloni e uno scintillante liquido giallo si precipitò sgocciolando per tredici piani, fino alla nera e lucida capote della z3.
Luigi avrebbe voluto averne a litri, a decalitri, a oceani, e ridere, ridere.
Ah! Che bella la vita!

Future

pantamoon

Premette il tasto “enter” del suo MorePhone e il contratto future di un milione di barili di greggio brown sugar da consegnarsi l’11 settembre nel Golfo del Messico fu confermato, chiuso, registrato. Si rilassò sulla poltrona in fondo al suo executive, poi chiamò il suo agente per la conferma del trasferimento di 250 milioni di euro sul conto private della Barclays Bank, Central London. Duecentocinquanta euro a barile. Era ancora un prezzo troppo basso per la sua vendetta, provocava ancora ben poche emozioni sapere che in quel medesimo istante, nella sala del NYSE, l’assurda urgenza stava esplodendo in un’ennesima onirica follia, che i programmi automatici di gestione dei portafogli stavano scatenando un putiferio di transazioni automatiche di copertura. Vendere, vendere, vendere.
Si mise a ridere. Quanta vecchia gente avrebbe spento i riscaldamenti o preso la bicicletta, quel giorno, sol perchè lui aveva premuto quel tasto? E quanti avrebbero pedalato per chilometri per andare al lavoro? La vecchia america e la vecchia europa! A furia di pedalare a quanti di quei vecchietti sarebbe saltato il cuore? E quanti miliardi di euro avrebbero cambiato proprietario, svelando il baratro del fallimento a molti, socchiudendo le speranze di tutti?
Nessuno dei suoi contemporanei poteva minimamente immaginare la profondità della mutazione cercata e compiuta nella sua vita, tanto profonda da poterla credere, di diritto, come la rappresentazione della Via predisposta dal Profeta, come la costituzione dello strumento del grande riequilibrio.
Strinse gli occhi, chiedendosi se 300 o 400 euro fosse il prezzo sufficiente della vendetta.
La vendetta su un giorno qualunque dei tantissimi dei suoi quattro e poi cinque, e poi sei e sette anni, in cui teneva la manina dentro quella del padre, grande come un badile, fuori dai supermercati di mezzo mondo occidentale, a chiedere qualcosa a chi usciva ancora col portamonete in mano. E per quella parola, ripetuta ad ogni sua domanda sulla fame, sul freddo, sulla fine della speranza, sulla sopportabilità di una vita di inutili sacrifici in mezzo alla più sfacciata, irraggiungibile abbondanza:
“si Omar, noi POSSIAMO!”.

Lo straniero in tv

Arthur Wedekind andava al lavoro prendendo il Tube e leggendo il giornale.
Stava appollaiato con la mano agganciata al passamano alto, l’altra reggeva il giornale vicino agli occhi leggermente sporgenti dalla sua faccia spigolosa, il collo solcato da grossi tubi venosi, alto, magro e ossuto, lasciando penzolare una gamba. La gente che gli stava intorno non lo interessava affatto.
Leggeva alla ricerca di idee, storie, brani di conversazione che gli servissero nel suo lavoro.
Quella era una giornata decisiva, ma lui non era emozionato.
Avrebbe discusso col Chairman della Rete di un nuovo programma. Ne aveva già depositato l’idea, due righe, e l’aveva presentata al capo degli sceneggiatori che preparavano i plot in programmazione nella successiva stagione. Il capo l’aveva letta con sorpresa e aveva spedito Arthur dal Chairman pensando che era un’idea geniale, così banale da essere pericolosissima per la propria carriera. Non avrebbe rischiato niente, mietendo poi soldi e onori se fossero arrivati, magari legandosi allo stesso carretto di Arthur.
Salendo come al solito al sedicesimo piano del palazzo della Bbc, Arthur scosse lo sguardo dal giornale, uscendo. Ma aveva sbagliato, doveva salire al venticinquesimo.
L’accolse la segretaria del chairman che con freddezza lo fece accomodare su una grande poltrona di pelle nera dicendogli che “Lui” stava arrivando. L’autista era stato bloccato dal traffico.
Arthur sottolineò mentalmente l’autista, non “Lui”.
Affondò nel giornale.
Dopo cinque minuti arrivò, lo salutò con un cenno, fece un mugugno alla segretaria ed entrò nella sua stanza. Lei si mosse a preparare il caffè e lo sistemò su un grande vassoio d’argento che conteneva già due piccole brocche con acqua calda e latte, due ciotole di cristallo con marmellata di arance e ribes, una tazza, una banana e una mela, zucchero di canna e croissant. Non faceva rumore, la moquette attutiva gli alti tacchi a spillo sotto un lungo paio di gambe e un sedere piccolo come un mandolino, avvolto in una corta e stretta gonna nera il cui spacchetto laterale si divaricava allo spasimo nei suoi corti passi.
Entrò nell’ufficio col vassoio, uscendone poco dopo.
La segretaria lo guardava, ma Arthur non alzava gli occhi dal giornale. Poi disse: – il Chairman la riceverà fra poco -.
“Giusto il tempo di leggere il giornale e i dati di ascolto della sera” pensò freddamente Arthur.
Venne ricevuto.
Espose brevemente il progetto. Un minuto e mezzo.
“Lui” lo guardò a lungo senza muoversi, senza dire assolutamente nulla.
Dopo tre minuti gli chiese: – voglio fare un test, quando può essere pronto il programma? –
– fra due giorni –
– ha già l’attore? –
– certo – disse Arthur come se fosse ovvio.
– bene, andrà in onda per tre giorni consecutivi dalle 23,30 alle 05,30 –
– perfetto-
– e quanto vuole per il copyright? –
– se lo share sarà del 40% o superiore al terzo giorno voglio cinquecentomila sterline, altrimenti solo 10.000. Che ne pensa?-
– più che giusto, o tutto o niente – disse Lui.
Cinque giorni dopo il 45% dei nottambuli d’Inghilterra erano davanti la tv a vedere “Lo Straniero”.
Era seduto in una stanza grigia, ripreso dalla cintola in su, sui trent’anni, con una camicia bianca dal grande colletto floscio e una giacca a un petto blu scuro. Jeans. Naso affilato, capelli lunghi e ondulati, come quelli di un intellettuale francese.
Lo Straniero guardava ininterrottamente nella telecamera.
Ogni tanto si sistemava sulla sedia ma continuava a guardare nella telecamera.
Nel corso della trasmissione fumava tre sigarette, spegnendole in un posacenere fuoricampo. Non diceva una parola, non faceva smorfie, non aveva nessuna espressione particolare.
Per sei ore.
Qualche giorno dopo sul conto corrente di Arthur arrivò il bonifico, era ricco, ma lui continuò ad andare a lavorare prendendo il Tube, leggendo il giornale.
La settimana successiva il programma fu spostato nel pomeriggio e in due mesi in primetime.
Il Sun scriveva:
“Lo straniero cambia la gente.
Nata come una curiosità, interpretata come la moderna edizione del famoso gioco infantile “vince chi ride ultimo”, il programma “Lo Straniero” sta diventando qualcosa di più. Abbiamo condotto una ricerca tra un centinaio di persone che vedono la trasmissione ogni giorno, facendogli varie domande. I risultati sono imprevisti e per certi versi sconcertanti.
Mr Hide di Wellington, che soffriva d’insonnia, dorme dopo dieci minuti. La signora Amelia di Cardiff piange, praticamente dalla seconda ora in poi. Vede il figlio morto in un incidente stradale. Il Sig. Kevin di Southampton gli urla contro oscenità perchè vede nello Straniero il suo capufficio. La signorina Catherine di Londra se n’è innamorata perdutamente e passa ore ad accarezzarsi i capelli immaginando che lo faccia lui. La sua quasi coetanea Maude gli parla come se fosse il suo ex marito prima della separazione. La maggior parte dei bambini si addormenta e l’indomani mattina dice che Lo Straniero gli ha raccontato bellissime favole per farli dormire. Alcune persone vedono nello Straniero un amico che ascolta e gli fa compagnia. Moltissime sentono musica. Molte coppie fanno l’amore a luci accese per fargli vedere, altri invece la spengono, lasciando accesa la televisione. La pubblicità, che è ridotta a un testo che scorre ogni quindici minuti sotto lo schermo, è diventata letteratura.
Molti teledipendenti hanno scritto alla Bbc chiedendogli di interrompere il programma che gli sta distruggendo la vita. Moltissime affermano invece di essere felici di vederlo.
Arthut Wedekind, inventore del caso, ci ha detto che <<è solo un programma, fra tre mesi nessuno se ne ricorderà più>>. …….“

Due anni dopo Lo Straniero fu eletto Primo Ministro, scegliendo come braccio destro il capo di Arthur.
Il programma era ancora in onda.

La ricevuta blu

Lo studio biedermeier era oscurato da tendaggi doppi di broccato rosso. A destra, il balcone socchiuso lasciava penetrare una lama di luce scintillante, proiettata verso il tavolino da tè, alla sinistra di Don Vito, seduto sul divanetto color crema. Guardava fuori, verso l’aranceto davanti la sua casa, immerso nella luce blu riflessa dalle foglie scure.
Abbassò lo sguardo sorridendo leggermente: <<Ora ca t’accattasti ‘a BMW, facisti ‘a festa a to figghia pa comunione, chinn’a ffari di tutti sti picciuli?>> chiese a Manazza che stava rispettosamente in piedi, con un bicchiere di acqua fresca in mano.
<< Don Vito, col Vostro permesso, c’ho me matri ch’è vecchia e du figghie di matrimonio. Poi qualche risparmio, che fa, non ce lo devo mettere da parte pi quannu sugnu vecchiu?>>
<< vecchio, vecchio, ma che è sta mania di pensare alla pensione. La pensione ce l’hanno gli impiegati delle poste, come Rugna, tò cucinu, ma noi pensiamo ad altro. Manazza, oggi i picciuli si devono muovere, se stanno fermi muoiono. I mantrini siddu i cogghi e ti manci, figghiano, se no arrestano ddà>>
<< Ah, Don Vito, sapete quei mantrini ca mi daste pì me mugghieri, erano duci duci, i megghiu di tutta Palemmo>>
Don Vito sorrise a Manazza, e gli porse la mano da baciare. Esile nella sua palma larga e scura, sfiorò con la fronte le nocche bianche e azzurre di sangue venoso.
Uscì in un piccolo disimpegno, tutto incartato a strisce rosse e crema, con due tappeti intonati che invitavano ad uscire verso la porta. Una busta bianca schermava lo scintillio del vassoio d’argento sopra un minuscolo tavolino svuotatasche di ciliegio.
Manazza prese la busta e osservò come la carta, intorno alle pieghe, si industriava di fare spazio al contenuto, tutta grinze e pieghette. Era piena, grossa. La schiacciò tra indice e pollice per saggiarne il reale contenuto. Gli affari andavano bene, sempre meglio.
Fece scivolare la busta nella tasca degli ampi pantaloni di flanella grigia, da lavoro, sformati, e si avviò all’uscita mettendosi il berretto. La chiara luce della piana dove il verde virava al blu gli diede un senso di liberazione. Stava facendo proprio un buon lavoro.
Si avviò verso Marezza a piedi. Conosceva quella strada come le rughe intorno ai suoi occhi. Grandi giardini di agrumi si nascondevano dietro muraglioni, a secco, a conci di tufo, oppure ammorbiditi da curve di malta passata a mano. Il muro di cinta del fondo Allegra, subito a destra, l’aveva costruito suo padre. In cima la uacina sosteneva pezzi di vetro verde di antiche bottiglie di birra, mostrando le passate della cazzuola, le carezze che lui aveva fatto alla sommità del muro. Girò a destra, poi a sinistra, fiancheggiando il fondo La Rosa, nascosto da un muro ancora più alto, con i conci di tufo giallo reso smorto dal tempo, infangato, improvolazzato. Poi giunse ai muretti del Fondo Sinagra, bassi, a secco, che ogni anno perdevano le pietre. Poteva vedere la vecchia casa abbandonata e il giardino di erbacce soffocare gli alberi bassi di limone. Ogni volta che passava davanti a un cancello gli bastava uno sguardo a destra e a sinistra per capire chi c’era, cosa stesse succedendo e soprattutto se stessero lavorando o no. Altre informazioni le riceveva dalla strada: le cacate dei cavalli e delle mucche, le tracce di pneumatici da trattore, da camion, quelle sottili dell’Apa di Mastro Sorrentino che andava a fare qualche innesto, quelle col sopraruota di ferro del carretto di Don Curria, che trasportava letame.
In alto, quasi alle pendici del colle che guardava al mare lontano, un filo di fumo sorgeva da una casupola cadente, nascosta tra gli aranceti del Fondo La Lumia. Quella era la raffineria col chimico sudamericano, e lui ci stava portando i soldi.

La periferia di Mesalmari è come quella che ci fa vedere la televisione quando ci sono i servizi sui morti ammazzati in Palestina: su tutto si stende una patina di giallo. Gialla la polvere, gialle le strade non asfaltate, gialli i conci di tufo delle case in costruzione, a due piani, abitate da anni. Stormi di ragazzini con i vestiti gialli di pruvulazzu danzano per le stradine, per i crocicchi, davanti e dietro le case, giocano tra i cumuli di sabbia di fiume dimenticata dall’ultimo avanzamento lavori, le pale e le carriole, gli alberi di fico ingialliti.
La piazza del paese, con la Matrice e il Municipio, è grande e bianca. C’è il bar e il circolo dei civili. E c’è sempre un sacco di gente in abiti scuri che parla, prende il caffè, incontra qualcuno.
Il rag. Polizzi, che fa le pratiche agronomiche per i contributi, sta prendendo il caffè con il Dott. Rampuglia, da anni Direttore della Filiale del Banco di Sicilia. Rampuglia è al terzo quella mattina e chiede un Hag.
<< E quella pratica per il finanziamento del fondo Russello, com’è finita?>> chiede Polizzi.
<< la Commissione Agricola si deve riunire a Palermo. Io la pratica l’ho istruita e i parametri sono corretti>>
<< E la sua valutazione?>>
<< non c’è pobblema, io le osservazioni positive ‘i fici. D’altro canto le ipoteche sugli altri fondi sono cartolari, quindi si può procedere>>
<< Benissimo. Glielo chiedevo perchè già mi sollecitarono. Per ora c’è un gran casino in giro. Tutti quanti non hanno più testa, anzi più soldi.>>
<< Mii, ma lo sa che mi hanno chiamato alla Sede perchè ho dovuto chiedere fondi liquidi aggiuntivi alla Centrale, la quarta volta in quindici giorni? Il Direttore era incazzato nero. Come, mi fa, ma con una cassa media giornaliera positiva da mill’anni oggi ci chiede cento milioni al giorno di liquido? ma che minchia sta succerenno? E cche minchia me ne fotte? Io che ne so? La gente si presenta allo sportello e preleva. Glieli devo dare i soldi, o no? e allora ca mi mannassero i picciuli>>
Polizzi sorrise obliquo. Schioccò la lingua attorno alla saliva raddensata dal caffè ristretto.
Uscendo dal Bar la Piazza gli sembrava quella di sempre. Sempre la stessa gente, le stesse parole. Negli ultimi tempi qualcuno spuntava con una macchina nuova, usata per carità, magari una Uno rossa. Si vedevano in giro più spoiler e si sentiva più spesso a distanza il bum bum dello stereo nuovo e il lunotto con l’adesivo della scritta Kenwood al contrario. C’era stato anche il caso di Gaetano Tavolozzo, che aveva sposato la figlia alla sala Duca Della Piana con quattrocento invitati, ma anche in altri tempi ne avrebbe invitati duecentocinquanta, almeno. Si diceva che la figlia aveva il vestito di Valentino, ma lo dicevano sempre, poi erano tutti della sarta del paese.
Qualcosa era cambiato, in effetti. Si sorrideva, quella era la novità.
Sorrisi trattenuti, occhi scintillanti, ciglia in evidenza, quell’aria di scherzi da studenti, quando si dice “mutu cu sap’u jocu”
Ma il cambiamento più grande erano le notizie del paese, la sera, all’ora di cena. Ora c’era un solo argomento, un solo pensiero, condito dal senso di vigilia di Natale, con i pacchi dei regali sotto l’albero. Ora l’espressione dominante sul viso dei familiari era di felicità trattenuta, di stupore, di sorpresa, come se l’Età dell’Oro fosse ricominciata. Con quell’espressione, con quel sorriso la moglie di Polizzi ogni sera gli faceva il resoconto della giornata di lavoro all’ufficio di Benigno, il luogo in cui sembrava ci fosse una cornucopia a elargire ricchezza senza fatica.
<<Il Cavaliere Sansiero ha versato cinquanta milioni, il Dott. Brucato, lo sai, quello del negozio di mobili, ha versato trenta milioni, poi Michè, incredibile, è venuta una macchina da Palermo, ma ci pensi?, da Palermo, una merdeces .>>
<< Mercedes, Pina, si dice Mercedes>>
<< si, si, quella lì, dicono che è sceso un signore coi baffi, che aveva pure il criato, e ha versato 80 milioni, ma ci pensi? Io la mia ricevuta ce l’ho nel cassettone, e me la guardo, me la guardo bene. Lo sai che mi ha detto Pinuccia?>>
Il ragioniere bofonchiava qualcosa mentre si portava la forchettata di spaghetti freddi in bocca.
<< Pinuccia ci ha versato duecentomilalire tre mesi fa e ieri ha riscosso, peppì, lo sai quanto? Oh madonna mia, Pinuccia!>>
<< No, quanto ha preso?>>
<< un milione! Un milione! da 250.000 a un milione in tre mesi>>
<< e che ha fatto dopo?>>
<< lo sai che mi ha detto? Pina, Pina mia, io quando li ho avuti in mano, non ci credevo. Quello, Benigno, glieli ha messi di persona uno sull’altro, in mano. E rideva. E lei, mi fa, Pinuccia, non ho resistito, mi sono tenuta i miei 250.000 e ho versato il resto, brava, brava Pinuccia gli ho detto, così fra tre mesi lo sai quanto si prende, eh, Peppì, ho fatto i conti, si prende tremilioniducentomilalire …. tremilionieducentomilalire … Peppì, quell’uomo ha la mano santa!>>
<< Zitta, zitta, parla piano, che qua i muri sentono!>>
<< si si, Michè, ma poi chiminchiasenefotte! Lo sai che mi ha detto Lucia? Che pure il maresciallo c’ha versato quattrocentomilalire>>
<< Vero !?>>
<< ‘ncàcomu!>>
<< Minchia, pure lui. Ma senti Pina, ma siamo sicuri?, un vulissi ca …. lo sai comu finisce, chiddu spirisci e nuatri i picciuli unn’i viremu cchiù>>
<< Michè, ma chi ddici, ma si puru Don Vito ci mise …>>
<< Don Vito? Ma chi, Don Vito ….>>
<< Se, se, Don Vito ….>>
Anche quella sera Pina fece faville a letto. E la stessa cosa succedeva a tutti i suoi compari: pareva che le mogli mangiassero peperoncino tutto il giorno. Facevano cose da pazzi. Cose da picciotti. Cose che non facevano più da quando erano fidanzati e si doveva rispettare la verginità. Quell’odore dei soldi gli scatenava addosso una foia mai vista prima.
E tutto questo darsi da fare nelle lenzuola non faceva che ingrandire i sorrisi trattenuti, e aumentare le occhiate oblique. Mutu cu sap‘u jocu.

Giovanni Benigno era la quintessenza della salute. Sui trent’anni, alto e bello come un attore, capelli lunghi corvini, sempre vestito con un abito blu di ottimo taglio, scarpe nere lucide fino allo spasimo, si cambiava la camicia bianca due volte al giorno. Era figlio di Gaetano, il tabacchino vicino la piazza, e aveva studiato all’Università a Palermo. Aveva dato qualche esame e poi aveva aperto un’agenzia di prestiti, di cessione del quinto, lì a Mesalmari. Un ufficio al pianterreno, con due grandi vetrate fumè dietro le quali non si vedeva nulla. Potevi fare piccole pratiche di finanziamento, un’auto, una moto, e pagare alla finanziaria un tanto al mese. Prestito al consumo lo chiamavano. Poi cominciò anche a vendere polizze di risparmio, quelle che versi un tot all’anno e fra vent’anni ci vediamo. Le polizze andavano così così. A Mesalmari la gente i piccioli li tiene nel cassettone delle lenzuola oppure sotto il mattone o dentro i muri. Poi cominciò a dire che faceva il rappresentante di una società finanziaria del lussemburgo. Cominciò a viaggiare una volta al mese e portava cioccolattini e profumi a mezzo paese. Tutto marchiato dal Duty Free degli aeroporti di Colonia, di Monaco e di Londra.
Cominciò a girare la voce che faceva investimenti lucrosi e sicuri.
A breve scadenza.
Settimane addirittura.
Col raddoppio del capitale investito.
Chi aveva duecentomilalire di cui non aveva che farsene provò. E dopo qualche mese riscosse 400.000 lire.
Si rilanciò.
Diventarono 800.000, poi 1.600.000, e dopo 18 mesi le 200.000 diventarono 3.200.000. Tutti in contanti, tutti sull’unghia. Se qualcuno aveva dubbi, poteva anche rientrare dall’investimento quando voleva, lui diceva che le ricevute avevano una scadenza ma che le comprava lui stesso, ben volentieri, insomma metteva le mani nelle sue sacchette, usciva un pacco di biglietti col fermasoldi d’oro e si faceva firmare la voltura della ricevuta a suo nome, le ricevute azzurre, quelle della cartoleria, quelle che si usano per l’incasso dell’affitto di un appartamento. Sarà successo due o tre volte, perchè di solito appena lui usciva il fermasoldi d’oro con quella montagna di piccioli, chi non si sarebbe fidato? Chi non lasciava i soldi lì, a moltiplicarsi di nuovo?
Lui, sorridendo, raccontava di investimenti in Brasile, petrolio, poi raccontava di acquisti spot di oro, di diamanti, e poi di nuovo petrolio, di terreni bonificati in argentina, della borsa di New York e delle azioni della Microsoft, di internet.
Nel frattempo il suo ufficio raddoppiò gli spazi, si arredò con gusto, mise giù un sacco di computer e di segretarie, tutte bonissime. Lui ogni tanto appariva dal suo ufficio, fresco e profumato come una primula, si faceva dare un blocchetto nuovo di ricevute e dopo un pò accompagnava fuori l’investitore di turno. Faceva nomi e cognomi al telefono, tutta gente di su, della Fiat, dell’Alfa, La Banca del lavoro, la Banca della Madunina, e le femmine del paese scoprivano quei nomi sulle riviste dei parrucchieri, e si scambiavano occhiate sotto i caschi della messainpiega, oggi ha parlato con Lulù, domani va a trovare l’On. Caio, si incontra a Roma col Ministro Sempronio, quando è a Roma va a cena con la Carla, la nuova compagna del calciatore, comu si chiama? Angiolillo, Angiolillo!
Per tenere buone le comari del paese arrivava ogni mese con una nuova findanzata. Tutte belle donne, e tutte straniere. Una volta arrivarono pure le veline di Striscia La Notizia, e le portò al Carciofo D’oro. Fecero bisboccia, poi la sera ritornarono a Palermo e per un paio di giorni non si fece vedere.
E partiva, arrivava, sempre in movimento.

Dopo un anno che Benigno aveva rinnovato l’ufficio, la locale Agenzia delle Assicurazioni Generali ricevette la visita dell’ispettore della sede di Catania. La sottoscrizione di polizze agricole contro la grandine era scesa del 65%, un peggioramento troppo vistoso. La visita era stata preceduta da una richiesta di informazioni, dalla visita dell’agente generale di Palermo e la risposta era stata sempre la stessa: i contadini non si assicurano più. L’ispettore chiedeva il nome della compagnia di assicurazione che in zona aveva deciso di fare una politica commerciale aggressiva, molto più efficace della loro. Ma loro rispondevano che non c’era. Semplicemente la gente non si assicurava perchè riteneva di non correre rischio, o meglio, che se cadeva la grandine non gliene fotteva niente. Ma Luigi La Rosa, catanese, stentava a crederlo. Sapeva benissimo che il siciliano non crede nelle assicurazioni, per fatalismo, per ignoranza, per cattive esperienze, ma lì un bel lavoro si era fatto, le polizze, anche se non molte, venivano regolarmente rinnovate, anno dopo anno. C’erano stati casi di liquidazione di danni da grandine che avevano salvato famiglie intere dalla fame più nera.
Luigi la Rosa non era mai stato a Mesalmari.
Mentre percorreva l’autostrada pensò ai tempi in cui, ispettore di primo pelo, andava girando i paesi montani dell’entroterra ennese, Assoro, Leonforte, Nicosia, con le case che addentavano le montagne, le strade scoscese lastricate di pietra, il freddo, l’isolamento. Se con gli assicurati parlava di Rischio Grandine quelli lo guardavano come a dire – cos’era il rischio? la grandine c’era o non c’era, se non veniva si mangiava, se veniva si crepava di fame, dov’era il rischio, anzi cos’era il rischio? La grandine la mandava il buon Dio, alla fine. Il peggio era quando gli spiegava che loro non potevano rimborsare tutto il grano che avrebbe prodotto il terreno, quello non lo sapeva nessuno, ma solo quello che normalmente produceva. E il contadino a dire che no, quell’annata era stata eccezionale fino alla grandine e si poteva essere certi in un raccolto di cento quintali, e lui a dire che non si poteva sapere, e che quindi l’assicurazione avrebbe liquidato solo il normale, i cinquanta quintali. E i contadini se ne andavano, con in tasca i soldi pari al costo calcolato dei cinquanta quintali, solo quello, se ne andavano sapendo che avrebbero fatto comunque la fame, forse non così nera, se ne andavano sentendosi truffati, comunque, perchè l’assicurazione era stata più furba.
Dai curvoni in discesa della valle dell’Imera, sotto Polizzi Generosa, il grande verde della Sicilia dilagava fino al mare. La terra grassa irta di piante di carciofi tardivi, i più dolci.
Allo svincolo prese la Scorrimento Veloce per Agrigento e ricomiciò a salire per Mesalmari, una campagna non più tale, un susseguirsi di agglomerati nuovi, affastellati, confusi, senza confini e dispersi senza logica e senza un perchè.
A Mesalmari arrivò dalla statale, dopo cinque chilometri di tornanti, e alla periferia il suo viaggio rallentò fin quasi a fermarsi. Tra le macchine in doppia fila, le signore che uscivano da un parcheggio e si affiancavano in un altro venti metri più in là, la velocità a passo d’uomo e le frotte di bambini che giocavano in strada, ci vollero più di quindici minuti per fare gli ultimi duecento metri, fino allo stradone. Quindici minuti in cui la sua auto blu, la Lancia dall’aplomb ministeriale, fu completamente ricoperta da una cipria gialla e appiccicosa.
Arrivò alle 12,30 e Benfante gli propose di andare subito al ristorante, così avrebbero potuto parlare più comodamente.
Al Carciofo D’oro, non c’era il menù, e non dovevi avere problemi coi carciofi. Appena ti sedevi cominciavano a pioverti portate su portate di carciofi nelle più svariate fantasie, in tutte le tecniche di cottura e per tutti i gusti. Dopo le prime sette, non sapevi più se eri ad una serie di primi, o se stavi ancora agli antipasti.
Luigi, dopo i primi convenevoli, passò al sodo.
Benfante rispose che sui 12 mesi precedenti erano avanti del 25% con le assicurazioni auto e indietro del 60% sul comparto agricolo.
<< quindi non è cambiato niente>>
<<purtroppo no>> rispose Benfante come togliendosi un peso.
<< senta Benfante, mettiamo le cose in chiaro, lei stesso, visto l’andamento, sta perdendo un sacco di provvigioni, ma non è preoccupato?>>
Benfante controllò mentalmente il solito mezzo sorriso paesano, pensò alla ricevuta da 4,5 milioni datata 15 mesi prima del valore ad oggi di 12,5 milioni, ben riposta in fondo al portafoglio nella tasca interna sinistra della giacca, fece la faccia scura e disse << ma certo che sono preoccupato, quanto lei, se non di più, ci sto perdendo un sacco di soldi, minchia se ci sto perdendo>>
<< e allora? come crede di procedere?>>
Benfante aveva passato gli ultimi due giorni a pensarci. Aveva consultato pure la moglie. E si era deciso.
<< Senta qui la gente è presa dalla febbre degli investimenti >>
<< e cioè?>>
<< e cioè investono>>
<< con le polizze vita ?>>
<< no, non con quelle>> Benfante aveva abbassato la voce.
<< e allora? Non mi dica che giocano in borsa via internet!>>
<<No, no>> rise Benfante mentre si guardava in giro. Si sporse verso di lui.
<<Il fatto è che qui c’è qualcuno che ha messo su un giro di investimenti all’estero, sicuri e molto, molto proficui>>
<< Qualche finanziaria, Fondi Comuni>> tentò Luigi con aria sicura
<< no, no, quella è roba che frutta poco>>
<< vuol dire che cede di più?>>
<< minchia se paga di più, ad oggi siamo al 100% in dodici mesi>>
Le parole “100%” e “dodici mesi” aprirono il cervello di Luigi fulminando il campo logico dell’impossibilità. << Quanto ha detto scusi?>> chiese.
Benfante si guardò di nuovo intorno con la coda dell’occhio poi ripose:
<< 100% all’anno>>.
Per Luigi c’erano tre soluzioni: Benfante lo prendeva per il culo, qualcuno prendeva per il culo Benfante, oppure sotto c’era qualcosa di losco. Le prime due soluzioni erano poco probabili, la terza possibile e pericolosa.
Luigi disse: <<Chi>>
e Benfante rispose con aria svagata: << Uno>>.
E Luigi capì. Quel numero, usato come pronome, era il frutto dell’evoluzione secolare della cultura indigena. Indicava semplicemente che quella data azione era stata compiuta da persona che, nota a tutti, doveva restare segreta. Che l’interlocutore, se voleva, poteva conoscerne il nome, ma così facendo andava incontro alla regola del fatti i fatti tuoi e quindi del silenzio, obbligandosi ad usare lo stesso pronome con estranei al segreto. Che l’interlocutore, se ritenuto degno, poteva anche partecipare al’affare, ma a quel punto per lui non sarebbe stato più possibile tirarsi indietro, quale ne fosse il rischio.
In Agenzia Benfante gli fece vedere un trafiletto che era uscito tre settimane prima sul Giornale di Sicilia, poche righe, dal tono sfottente ma in fondo omertoso, in cui si riportava il fenomeno del boom di investimenti nel paese e il contemporaneo calo di depositi alla filiale del Banco di Sicilia. Ci si chiedeva che razza di mistero di fosse. Non si capiva se il giornalista fosse arrivato a conoscere l’identità segreta dell’Uno, ma se lo aveva fatto, aveva onorato il contratto del silenzio.
Dopo un’ora di analisi dei numeri dell’agenzia, di verifica dei conti correnti e un’analisi a campione delle registrazioni del portafoglio polizze, Luigi decise che Benfante non era cretino, che l’agenzia era condotta bene e il giornale attestava che non lo prendevano per il culo.
A questo punto gli chiese << E Benfante, sentiamo, lei quanto ci ha messo?>>
Benfante lo guardò, sorrise a metà, si passò la mano nei capelli e sorrise di nuovo, un pò più rilassato.
<< Bè certo, anch’io partecipo, piccole cose, sa, come si fa a non farlo? se non lo faccio mi danno del fesso!>>
Luigi lo guardò a lungo e poi bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva in mano.
<< Benfante, la cucina del Carciofo d’oro mette sete. Non ci vada spesso, se no il fegato se ne va a benedire>>
<< un pò pesante eh?>>
<< un piombo>> disse Luigi.
L’indomani l’Agente Generale di Palermo, che gli confermò al telefono la storia. Anzi, anche il capoluogo era in fermento. C’erano stati i primi casi di risparmiatori che cercavano di incassare le polizze già avanti negli anni per dirottare gli investimenti. Nulla di certo, poteva anche essere gente che giocava in borsa, ma le chiacchere correvano. Il nome che cercava era Giovanni Benigno. E ciò che succedeva stava sotto il nome di catena di S. Antonio.
Disse alla Direzione Centrale di Roma che a Mesalmari non c’era nulla che non andasse, solo che l’economia locale era in una fase di difficoltà momentanea a causa di un paio di raccolti andati male. Che aspettassero la ripresa.

Giovanni Benigno, a bordo della sua Bmw 525 bianca, saliva per le stradine degli aranceti. Quando arrivò al cancello del giardino di Don Vito rallentò quasi a fermarsi e sporse il muso dell’auto oltre l’entrata. Vide a cento metri un contadino che alzò la mano in segno di saluto. Mollò la frizione e l’auto ballonzolò delicatamente sul ghiaietto del viale d’accesso.
Don Vito lo attendeva sul ballatoio della doppia scalinata. Aveva un nuovo cappello bianco che copriva nell’ombra i suoi occhi azzurri velati dalle sopracciglia rade e bianche.
Salì a due a due gli scalini e prese la mano di Don Vito inchinandosi leggermente.
<< caro Giovanni, è una benedizione vederti qui da noi. Vieni e levati la giacca, fa troppo caldo oggi.>>
<< Don Vito, mi fa piacere trovarvi bene>>
<< sei molto gentile, è un buon giorno oggi. Tu, piuttosto, che hai?>>
<< solo un pò di stanchezza>>
Don Vito lo fece accomodare e gli chiese degli affari.
Lo studio era nella solita penombra, il balcone socchiuso, lasciava entrare un filo d’aria e il canto sporadico di qualche passero sulle palme che fiancheggiavano la scalinata. Dalla porta d’ingresso entrava sottile il profumo di caffè insieme al delicato borbottio della fine dell’infusione della moka.
Dopo 38 mesi dall’inizio dell’attività la curva del saldo netto di cassa era quasi zero. La macchina si era fermata, gli incassi superavano di poco i pagamenti, che si facevano sempre più frequenti e consistenti.
<< Bene>> disse << il momento sta arrivando. Quanto abbiamo incassato dall’inizio?>>
<< 24 miliardi e 250 milioni>>
<< va bene così, mi aspettavo di incassarne 12 netti, ma tu sei stato molto bravo, bravissimo. Ora ti aspetta la tua isola. Organizzati. I fondi del tuo onorario sono già stati trasferiti, 1 miliardo presso la Offshore Manhattan & Tuamotu Bank di Paeua a Manihi , su un conto cifrato>> disse Don Vito, porgendogli un foglietto col codice << Quando lo incassi devi chiamarmi dicendo alla mia Peppina, la criata, che le panelle fritte sono pronte. Ma dimmi, ce l’hai ancora la tua ricevuta?>>
<< Certo Don Vito>> fece Giovanni sorridendo, mettendo mano al portafoglio ed estraendo una ricevuta azzurra, su cui era impressa la data e l’importo di 150.000 lire. La firma era quella di Don Vito.
<< Questa ricevuta ti ha fruttato il 100.000 per cento in 38 mesi, lo sai?>> rise << Mi pare di leggere il vangelo, il chicco cade nel terreno fertile e produce quando il 10, quando il 20 quando il 100. Alla mia età il Vangelo si comprende meglio. Per esempio in quest’affare sono stato Cesare, da un lato distribuisco pane e giochi e dall’altra prelevo denaro. Una mano dà, l’altra toglie, ma sempre per il bene comune, per investire negli affari.>> disse Don Vito, senza cogliere alcuna intelligenza nel volto di Giovanni, che lo guardava in attesa.
Don Vito non avrebbe detto altro e Giovanni gli si avvicinò, per accomiatarsi.
<< Don Vito, io volevo ringraziarvi, …..>>
<< No, no, Giovanni, per carità, odio gli addii>> disse porgendogli la mano.

Cinque giorni più tardi, il 14 giugno, il Giornale di Sicilia pubblicò la notizia che il consulente finanziario più ricercato dai siciliani, tal Giovanni Benigno, era stato rinvenuto nel portabagagli della sua Bmw bianca in fondo alla scogliera di Dover dalla polizia britannica. Si pensava che fosse diretto a Londra per incassare il frutto dell’azione criminosa condotta sui suoi concittadini di Mesalmari.
Alle 18,30 di quello stesso giorno Giovanni chiamò da una cabina telefonica nella piazza antistante la Banca Offshore, ombreggiata da giganteschi alberi del pane. Il fragore lontano delle onde oceaniche che schiumavano sulla spiaggia bianca come il gesso si sentiva fin dentro il microfono del ricevitore. Un telefono lontano migliaia di chilometri squillò all’interno di uno studio ombroso, con il profumo di zagara che penetrava dalle imposte del balcone aperte. Peppina aveva alzato il coperchio della pentola in cui bolliva il sugo col tonno ammuttunato, abbassò il fuoco e andò a rispondere.

Lo straniero in tv

Arthur Wedekind andava al lavoro prendendo il Tube e leggendo il giornale.
Stava  appollaiato con la  mano agganciata al passamano alto, l’altra reggeva il giornale vicino agli occhi leggermente sporgenti dalla sua faccia spigolosa, il collo solcato da grossi tubi venosi, alto, magro e ossuto,  lasciando penzolare una gamba.  La gente che gli stava intorno non lo interessava affatto.
Leggeva alla ricerca di idee,  storie,  brani di conversazione che gli servissero nel suo lavoro.
Quella era una giornata decisiva, ma lui non era emozionato.
Avrebbe discusso col Chairman della Rete di un nuovo programma. Ne aveva già depositato l’idea, due righe, e l’aveva presentata al capo degli sceneggiatori che preparavano i plot in programmazione nella successiva stagione. Il capo l’aveva letta con sorpresa e aveva spedito Arthur dal Chairman pensando che era un’idea geniale, così banale da essere pericolosissima per la propria carriera. Non avrebbe rischiato niente, mietendo poi soldi e onori se fossero arrivati, magari legandosi allo stesso carretto di Arthur.
Salendo come al solito al sedicesimo piano del palazzo della Bbc, Arthur scosse lo sguardo dal giornale, uscendo. Ma aveva sbagliato, doveva salire al venticinquesimo.
L’accolse la segretaria del chairman che con freddezza lo fece accomodare su una grande poltrona di pelle nera dicendogli che “Lui” stava arrivando. L’autista era stato bloccato dal traffico.
Arthur sottolineò mentalmente l’autista, non “Lui”.
Affondò nel giornale.
Dopo cinque minuti  arrivò, lo salutò con un cenno, fece un mugugno alla segretaria ed entrò nella sua stanza. Lei si mosse a preparare il caffè e lo sistemò su un grande vassoio d’argento che conteneva già due piccole brocche con acqua calda e latte, due ciotole di cristallo con marmellata di arance e ribes, una tazza, una banana e una mela,  zucchero di canna e croissant. Non faceva rumore, la moquette attutiva gli alti tacchi a spillo sotto un lungo paio di gambe e un sedere piccolo come un mandolino, avvolto in una corta e stretta gonna nera il cui spacchetto laterale si divaricava allo spasimo nei suoi corti passi.
Entrò nell’ufficio col vassoio, uscendone poco dopo.
La segretaria lo guardava, ma Arthur non alzava gli occhi dal giornale. Poi disse: – il Chairman la riceverà fra poco -.
“Giusto il tempo di leggere il giornale e i dati di ascolto della sera” pensò freddamente Arthur.
Venne ricevuto.
Espose brevemente il progetto. Un minuto e mezzo.
“Lui” lo guardò a lungo senza muoversi, senza dire assolutamente nulla.
Dopo tre minuti gli chiese: – voglio fare un test, quando può essere pronto il programma? –
– fra due giorni –
– ha già l’attore? –
– certo – disse Arthur come se fosse ovvio.
– bene, andrà in onda per tre giorni consecutivi dalle 23,30 alle 05,30 –
– perfetto-
– e quanto vuole per il copyright? –
– se lo share sarà del 40% o superiore al terzo giorno voglio cinquecentomila sterline, altrimenti solo 10.000. Che ne pensa?-
– più che giusto, o tutto o niente – disse Lui.
Cinque giorni dopo il 45% dei nottambuli d’Inghilterra erano davanti la tv a vedere “Lo Straniero”.
Era seduto in una stanza grigia, ripreso dalla cintola in su,  sui trent’anni, con una camicia bianca dal grande colletto floscio e una giacca a un petto blu scuro. Jeans. Naso  affilato,  capelli lunghi e ondulati, come quelli di un intellettuale francese.
Lo Straniero guardava ininterrottamente nella telecamera.
Ogni tanto si sistemava sulla sedia ma continuava a guardare nella telecamera.
Nel corso della trasmissione fumava tre sigarette, spegnendole in un posacenere fuoricampo. Non diceva una parola, non faceva smorfie, non aveva nessuna espressione particolare.
Per sei ore.
Qualche giorno dopo sul conto corrente di Arthur arrivò il bonifico, era ricco, ma lui continuò ad andare a lavorare prendendo il Tube, leggendo il giornale.
La settimana successiva il programma fu spostato nel pomeriggio e in due mesi in primetime.
Il Sun scriveva:
“Lo straniero cambia la gente.
Nata come una curiosità,  interpretata come  la moderna edizione  del  famoso gioco infantile “vince chi ride ultimo”, il programma “Lo Straniero” sta diventando qualcosa di più. Abbiamo condotto una ricerca tra un centinaio di persone che vedono la trasmissione ogni giorno, facendogli varie domande. I risultati sono imprevisti e per certi versi sconcertanti.
Mr Hide di Wellington, che soffriva d’insonnia, dorme dopo dieci minuti. La signora Amelia di Cardiff piange, praticamente dalla seconda ora in poi. Vede il figlio morto in un incidente stradale. Il Sig. Kevin di  Southampton gli urla contro oscenità perchè vede nello Straniero il suo capufficio. La signorina Catherine di Londra se n’è innamorata perdutamente e passa ore ad accarezzarsi i capelli immaginando che lo faccia lui. La sua quasi coetanea  Maude gli parla come se fosse il suo ex marito prima della separazione. La maggior parte dei bambini si addormenta e l’indomani mattina dice che Lo Straniero gli ha raccontato bellissime  favole per farli dormire. Alcune  persone vedono nello Straniero un amico che ascolta e gli fa compagnia. Moltissime sentono musica. Molte coppie fanno l’amore a luci accese per fargli vedere, altri invece la spengono, lasciando accesa  la televisione. La pubblicità, che è ridotta a un testo che scorre ogni quindici minuti sotto lo schermo, è diventata letteratura.
Molti teledipendenti hanno scritto alla Bbc chiedendogli di interrompere il programma che gli sta distruggendo la vita. Moltissime affermano invece di essere felici di vederlo.
Arthut Wedekind, inventore del caso, ci ha detto che <<è solo un programma, fra tre mesi nessuno se ne ricorderà più>>.  …….“

Due anni dopo Lo Straniero fu eletto Primo Ministro, scegliendo come braccio destro il capo di Arthur.
Il programma era ancora in onda.