Draghi si smarca e gioca l’asso di briscola.

Ieri il Governatore della banca d’italia ha fatto il suo annuale intervento. Esso giunge dopo una serie di esternazioni di contorno all’insediamento del nuovo governo. Ha parlato confindustria, ha parlato l’istat (come al solito senza dire niente), hanno parlato i sindacati (senza nulla volere). Berlusconi, presente all’incontro di confindustria, aveva fatto suo l’intervento della marcegaglia, trasformandolo nel programma di governo. Ieri non è successo tanto. Lui non c’era. E già questa è una dichiarazione. Ha fatto dire che l’intervento era “condivisibile ed in linea col programma di governo”. Cioè che nel brodo del nulla ci può stare anche la banca d’italia. Ma perchè la distanza da Draghi? Nessuno lo ha fatto notare. Tutti a sperticarsi su quanto, di loro specifico interesse, sembrava essere contenuto nell’intervento, e cioè che le tasse sono alte (ed infatti, sottolineano, il berlusca le diminuirà) Ampliamo lo sguardo. A me pare che Draghi, nel suo secondo intervento da Governatore, sia uscito dagli schemi di potere costituiti, si è spostato verso l’europa e da consulente esterno si fa contestatore. La Banca d’Italia non ha oggi alcun ruolo di governo delle variabili monetarie, delegate alla BCE. E’ diventato un centro studi, con qualche delega sul controllo del mercato bancario. Le maggiori banche italiane hanno ormai dimensione europea, quindi anche lì c’è poco da fare. Chiude l’ufficio italiano dei cambi e le sedi periferiche, tanto per dire. E allora Draghi si smarca. Non ha più il dovere di restare al centro del sistema italiano. Anzi, comincia a rappresentare un braccio finanziariamente armato della Bce e quindi della politica finanziaria ed ecoomica della UE, e cioè della germania. Infatti vediamo, per punti, cosa emerge dal suo discorso:

Sulla crisi finanziaria mondiale

non ancora finita dice che le funzioni di controllo e le regole sono saltate e che non servono a niente. Cito testualmente “ Le istituzioni finanziarie, e tra esse alcune delle maggiori banche internazionali, hanno dato ulteriore impulso a questo processo, con la creazione di una sorta di sistema bancario ombra, composto di veicoli specializzati nell’investimento e nella provvista di fondi sul mercato dei prodotti strutturati di credito. Non consolidate nei bilanci delle banche e sottoposte nei maggiori centri finanziari a requisiti contabili e prudenziali assai poco stringenti, queste entità operavano con presidi di capitale trascurabili, forti sbilanci di liquidità, un disallineamento estremo di scadenze tra attivo e passivo, anche a causa di lacune nelle regole prudenziali precedenti Basilea II.” Insomma una debacle del sistema. Tutte le banche centrali, tutti i sistemi di controllo, compreso Basilea II, hanno miseramente fallito. Come risolvere il problema? Draghi dice che non si risolve. Gli operatori tradizionali sbagliano, come quelli innovativi, e le regole stringenti non bastano. Infatti “Alla fine degli anni ottanta, ben prima che si diffondessero i prodotti finanziari strutturati di oggi, la crisi delle savings and loan banks costò ai contribuenti americani oltre il 2 per cento del prodotto interno lordo annuo degli Stati Uniti. La crisi delle banche giapponesi, in anni appena più vicini, ha avuto costi ancora più pesanti.” Ne deriva che la crisi attuale stia finendo grazie agli interventi della banche centrali, pronti e coordinati, ma “senza precedenti” in ampiezza. Il sistema bancario ombra creato dalla speculazione leonina si salva con l’intervento delle banche centrali, che salvano il sistema, ma non sono in grado di regolamentarlo. Anzi, sarebbero forse in grado, ma non vogliono farlo, perchè lo impoverirebbero, quindi decidono di fare poco, tranne salvarlo per il bene generale. Il meccanismo che descrive Draghi è una versione americana e holliwodiana della vecchia catena di Sant’Antonio, vero e proprio sistema bancario ombra in cui alcuni si arricchiscono a spese di molti. Se qualcuno è interessato e non conosce il fenomeno può leggere il mio racconto “La Ricevuta Blu” in questo stesso blog. La crisi finanziaria appena passata (se passata) è stata debellata a suon di dollari ed euro stampati e immessi a man bassa nel sistema. Chi paga? Il contribuente, attraverso la crisi economica mondiale e l’inflazione. Da cosa si genera l’inflazione? dal fatto che qualcuno stampa denaro, è ovvio. L’Istat rileva l’inflazione? No, perchè la statistica è truccata. In questo modo il popolo viene privato dei mezzi monetari a beneficio degli speculatori, che si arricchiscono. Questa fu una delle cause del crollo dell’impero romano. E’ uno dei più classici “treni impazziti” che hanno fatto crollare le civiltà del passato. Immediatamente si ha solo una redistribuzione dai poveri ai ricchi, ma è solo temporanea. Quella ricchezza è sperperata, non inestita in mezzi di produzione, quindi si ha un impoverimento generale, avvertito da chi ha pagato di più. Leggi il resto dell’articolo

discorso sull’italia delle gilde

Innanzitutto l’Italia è fatta da un territorio, un popolo e uno Stato.
Il popolo risiede nel territorio.
Da sessant’anni lo Stato si proclama democratico, dichiarando che la legge prevede che il Governod ello Stato sia espressione indiretta del voto popolare.
Il territorio d’Italia è tale che in un viaggio ideale da nord a sud, gli ambienti umani cambiano 6 volte: il lombardo veneto, il lombardo piemonte liguria, l’emilia romagna, il toscolaziale, campania, il sud e le isole. Popolo e territorio sono legati in modo inscindibile.
Questi ambienti sono orograficamente diversi. Inoltre, ciò che la gente mangia, come parla, cosa fa è totalmente diverso in ciascuna di queste aree, così come gli ambienti. La stessa pianura padana, che dovrebbe essere omogenea, non lo è affatto. C’è una differenza enorme tra la bassa campagna piemonte-lombarda e quella emiliana o veneta. Sono ambienti naturali del tutto diversi.
Le lingue che si parlano in queste aree sono diverse. Grosso modo la gente all’interno di ciascuna area riesce a colloquiare normalmente ed è in grado di comprendere la lingua ufficiale dello Stato (l’italiano), ma spesso non è in grado di utilizzarla correttamente, sebbene si insegni nelle scuole obbligatorie da quasi un secolo.
Lo Stato non è lo stesso dappertutto. L’organizzazione, i servizi e le azioni dello Stato, sebbene abbiano un’origine comune, sono del tutto diverse tra le aree. Le procedure, i regolamenti sono spesso diversi. Le circolari attuative delle leggi sono diverse. Molte regioni si sostituiscono all’azione centrale dello Stato adottando proprie leggi. Aprire una qualsiasi attività a Padova è diverso che a Palermo o Reggio Calabria. I moduli sono diversi, gli uffici preposti hanno nomi e scopi diversi, i controlli idem e il tempo e la spesa diversi.
Persino l’amministrazione della Giustizia e la Scuola sono profondamente diverse. La prima è fondata sul territorio e quindi per esempio la giustizia al nord darà più importanza a tecniche ed avvenimenti economici, mentre quella del sud sarà più attenta ai procedimenti e sarà più ignorante in termini di diritto societario. E’ anche politicizzata in modo diverso. La scuola al nord forse sente di avere l’onere di formare futuri membri della grande comunità multietnica europea, al sud ha lo scopo principale di allontanare i giovani dalle strade e dalla mafia/camorra, tanto sempre disoccupati saranno.
Anche l’amministrazione finanziaria e il fisco sono completamente diversi perchè diversa è la regolamentazione del controllo.
L’uso della coercizione attraverso le forze dell’ordine è diverso. Abitare ad Aosta e a Scampia mette in condizioni di sicurezza totalmente diverse.
I perchè di questa situazione sono molti, innanzitutto storici, ma il discorso ci porterebbe lontano.
Molto più utile è chiedersi quali sono le cose realmente uguali per tutti gli italiani.
Esse sono:
la televisione
la moneta
selezioni trasversali di interessi economici.
Per il terzo aspetto i cittadini italiani compongono insiemi delimitati da un interesse particolare da cui nascono diritti e doveri esclusivi: sono lavoratori in nero, farmacisti, dipendenti pubblici, lavoratopri di aziende medie e grandi, dipendenti di aziende piccole, cococo, cocopro, lavoratori a termine, dipendenti di banche, notai, avvocati, tassisti, precari, associati a o.n.g., coniugi con bambini in ospitalità (affidamento, adozione), pensionati sociali, pensionati di anzianità, pensionati con lo scivolo, pensionati parlamentari e pensionati giornalisti, invalidi civili, del lavoro, di guerra (se ce n’è ancora), giornalisti televisivi, giornalisti dei quotidiani, medici, paramedici, dipendenti delle aziende parastatali o assimilate, dipendenti delle forze dell’ordine, dei tribunali, magistrati, parlamentari, familiari dei parlamentari, immigrati senza permesso, immigrati con permesso, partite iva, cantanti, lavoratori dei teatri di prosa e di lirica, scrittori assistiti dalla siae, dipendenti della regione, valletti parlamentari, guide turistiche ufficiali, parcheggiatori abusivi, pusher e spacciatori, mafiosi condannati, familiari dei mafiosi condannati, mafiosi pentiti e loro familiari, agenti di commercio, promotori finanziari, soci di società sportive nautiche, di calcio, soci di società commerciali, padroncini di autoarticolati, professori e associati universitari, uscieri di enti pubblici, parroci, frati, eccetera eccetera.
L’enorme produzione di leggi e regolamenti ha prodotto diritti esclusivi e diversi per ciascun gruppo, proteggendone la composizione, costruendo barriere all’entrata e all’uscita, determinando in tal modo una gerarchia economica in benefici tra l’uno e l’altro.
Chiameremo questi insiemi gilde.
Quando si forma la gilda le si da un nome, e siccome è un fatto importante, si rifiutano i nomi degradanti. Così, per esempio, gli spazzini diventano operatori ecologici.
L’appartenenza ad una gilda non è esclusiva. Può per esempio determinarsi che un dipendente pubblico sia anche un lavoratore in nero, oppure che sia il sostituto di un tassista, e anche socio di una società sportiva nautica, socio di una società parastatale d’interesse pubblico e membro della confindustria. La sua azione economica sarà di sostegno verso altre gilde che gli sono vicine dal punto di vista della comunità economica, per esempio il precedente dipendente pubblico che ha una moglie cococo e un figlio medico. E’ facile infatti constatare che i familiari e gli associati di appartenenti ad alcune gilde hanno diritti riconosciuti (di fatto) anche se non statuiti da leggi dello stato.
La questione di come siano nate le gilde avrebbe bisogno di un’analisi approfondita di tutte le leggi che le riguardano, nel tempo. Diciamo, con estrema semplificazione, che lo Stato ha trovato opportunità di favore elettorale scomponendo la società in gilde, legificando su quelle più potenti dal punto di vista numerico o del valore economico, oppure più raramente per adeguare evidenti sperequazioni nei diritti.
Il risultato dell’insieme delle leggi e consuetudini che riguardano la gilda crea una gerarchia tra le stesse. E’ ovvio per esempio che il gruppo dei cococo sia gerarchicamente inferiore a quello dei notai. Più una gilda è importante, maggiori saranno i suoi diritti, maggiori saranno le entrate economiche dei suoi componenti. Magicamente più è importante una gilda, minore è il numero dei suoi appartenenti.
Esistono una serie di condizioni per entrare in una gilda, alcune stabilite da leggi, altre dalle consuetudini, queste ultime molto più accurate e selettive. Tutti sanno come si diventa notai, professori universitari o cococo. Tutti sanno che per essere cococo basta avere una laurea e trovare un posto di lavoro, attraverso conoscenze, favori o basandosi sulle proprie capacità. Per essere notaio devi essere laureato, seguire un corso biennale che costa centinaia di migliaia di euro, essere preferibilmente figlio o nipote di un notaio, avere amicizie nel comune di residenza, meglio se parentele, vincere un concorso sia per capacità sia per raccomandazione etc etc.
Oltre che regole per entrare, esistono regole per uscire, in molti casi vere e proprie barriere. Un Notaio non potrà poi fare l’elettricista se vuole: lo acchiappano i carabinieri e lo portano in studio a usare il bollo tondo della repubblica italiana, quello con lo stellone. Un professore universitario lo resterà anche se impazzito o conclamato seduttore di allieve. Casi eclatanti ci sono nel pubblico impiego: un dipendente pubblico manterrà il posto e lo stipendio anche se ruba la cassa o compie atti osceni in ufficio alla presenza delle colleghe. Ma lo stesso accade nelle società private. Si dice in genere che c’è un eccessivo garantismo, che sono casi sporadici. Questi casi dovrebbero invece essere letti al contrario: è la gilda che difende se stessa, se tu gli appartieni lo fai per la vita e i panni sporchi si lavano in casa. Se un membro della gilda impazzisce, lo si tratta non come un pazzo ma come un membro della gilda con problemi, ma della gilda resta membro.
L’organizzazione della società per gilde tende a replicare se stessa all’infinito, cercando di occupare tutti gli spazi non regolati, tutte le aree economiche e sociali prive ancora di gruppi economici che le occupino ottenendone privilegi, anche piccoli e favori politici e o economici.
Il precariato per esempio, è sempre esistito, sia nel settore privato che nel pubblico impiego. C’era una quantità di stagisti, lavoratori in nero, specializzandi, le aziende arrivavano persino a costituire cinque o sei società commerciali appartenenti allo stesso gruppo al fine di avere cinque bimestri successivi di periodi di prova in carico allo stesso dipendente. Si disse che era una jungla. Ed era vero. Allora si è creata la gilda dei cococo, in modo da identificarli, raggrupparli, bollarli, renderli omogenei e finalmente utilizzabili per fini elettorali attraverso piccole leggine di microprivilegi sotto forma di diritti oggettivi (non so, domani potrebbe essere la terza pausa caffè). Una volta creata la gilda, il cococo difficilmente ne uscirà mai, perchè altrimenti ci sarebbe un interscambio, uscita dalla gilda cococo ed entrata in quella del dipendente, che è una gilda che difende se stessa in tutti i modi, soprattutto limitandone il flusso in entrata.
Altra caratteristica della gilda è l’autoreferenziamento con il suo corollario della non necessità di una capacità professionale. Se la gilda è forte, non è necessario per il suo membro operare secondo i normali standard produttivi caratteristici del mestiere in oggetto. Il notaio potrà anche sbagliare tutti gli atti di vendita, ma continuerà sempre a fare il notaio. Così il tassista, il medico, il professore universitario, e anche il cococo. L’appartenenza alla gilda svincola il soggetto da qualsiasi dimostrazione di capacità, da qualsiasi rendimento, da qualsiasi obiettivo. Anzi, ogni gilda è la replicazione in misura ridotta dell’intera società: ci sono i carrieristi, i politici, gli sfruttatori, i ladri, i maniaci, gli abulici, gli imboscati e così via. Ci possono essere addirittura casi di gilda all’interno della stessa gilda. E’ chiaro che coloro che stanno scalando i vertici dell’organizzazione di regolamentazione interna della gilda non potranno operare concretamente nel mestiere a cui è intitolata la gilda. Se per esempio un prete vuol far carriera, avrà poco tempo per fare il pastore di anime. Ma questo è umano. Mettiamo per esempio il caso di un medico, che è dipendente di una asl, e dopo un pò di tempo decide di darsi allo sport con una squadra di basket. Comincerà ad organizzare tornei ospedalieri, occupando il proprio tempo a sollecitare la partecipazione di colleghi abulici ma alti, poi profondendo sforzi nell’organizzazione di tornei interasl, poi iscriverà la squadra di colleghi alle partite dell’associazione mondiale per la cura della cistifellea bronzea e così via. Una legittima aspirazione, si dice. Anzi un modo per partecipare alla vita civile. La realtà è che quel medico, e i suoi amici atleti, saranno molto più interessati e occuperanno la maggior parte del tempo in allenamenti o a fare schemi di gioco che a curare malati. Nel frattempo decine e decine di giovani medici non chiederebbero nulla di meglio che di sostituirli, non a basket, ma nelle corsie. Nulla di male se un medico realizza la sua reale vocazione, ci fa piacere per lui, ma il fatto di appartenere ad una gilda, da cui non si entra e non si esce, provoca una mancanza di medici svegli e motivati a curare malati nelle corsie.
Che l’appartenenza sia in larga misura svincolata dalla capacità professionale e tecnica collegata alla gilda ha portato alla statuizione, di fatto, che l’appartenenza viene decisa preferibilmente per via parentale. Il babbo medico fa il figlio medico, il babbo tassista fa il figlio tassista, quello bancario fa del figlio un sicuro cassiere e così via. Se il figlio vuole giocare a basket o fare il tassista, l’artista, il notaio, ciò non ha importanza, per la sua vita economica è meglio che appartenga a quella categoria. Poi magari all’interno di questa potrà fare quello che vuole.
Questa visione dell’organizzazione della società per gilde spiega, per assurdo, l’aumento di casi di depressione (e suicidio) e di numerosi artisti nei campi professionali più diversi. Il dipendente depresso è colui che è stato “consigliato” e fatto appartenere ad una gilda, per scoprire dopo pochi anni di essere dominato da improvvisi attacchi di nausea al solo presentarsi al lavoro. Molte delle malattie più frequenti sono psicosomatiche in tal senso.
Il secondo caso è quello del pittore postale, dello scrittore medico, del campione di scacchi ingegnere, dello scultore o ceramista manovale, dello sciatore delle fiamme gialle. Restando nel campo sportivo, una volta esistevano le società sportive che erano aperte ad associati praticanti e il cui scopo era praticare. Oggi ci sono circoli sportivi di gilda, oppure gilde all’interno di società sportive, che fanno di tutto per farsi la guerra e per essere chiuse alle iscrizioni, oppure ci sono strutture sportive che danno in affitto gli impianti alle gilde, a tempo. Nell’ultimo caso due giocatori di tennis avvocati non parleranno mai di tennis con un impiegato di banca, a meno che non sia il depositario della pratica di finanziamento di un cliente.
La visione della società come un’affastellamento di gilde consente di spiegare fenomeni sociali sotto gli occhi di tutti a volte difficili da comprendere e soprattutto da indagare. La Mafia e la Camorra per esempio, sono evidentemente delle gilde, che si intersecano con le altre, allo scopo di beneficiare i propri associati e difenderne l’appartenenza. Esse non hanno riferimento territoriale perchè suoi membri si trovano in tutto il territorio. Esse si diffondono trasversalmente come farebbe la gilda di un circolo ciclistico che potrebbe essere presente, con propri associati, all’interno di qualsiasi altra gilda. E si comprende anche come le altre gilde non la eliminino: l’essenziale è che le gilde non si facciano la guerra, ma anzi collaborino proprio attraverso la trasversalità dell’appartenenza, rinforzandosi l’un l’altra. E’ anche ovvio che l’espansione trasversale di una gilda presso il maggior numero di gilde è l’anticamera di un potere enorme e di benefici immensi.
L’associazione parentale alla gilda genera infine una diminuzione dell’utilità per tutta la nazione.
Nel caso del medico-scrittore la nazione viene privata sia della possibilità della nascita di uno scrittore vero che della possibilità di avere un medico che cura i malati. Nè l’uno nè l’altro. Solo in rarissimi casi si è avuto almeno uno dei due. Il più delle volte si ha la medietà, il discreto nell’uno e nell’altro, uno scrittore noioso e un medico che pensa ai suoi personaggi curando una cirrosi.
L’associazione parentale alla gilda genera una minore utilità perchè non c’è rinnovamento delle idee. La Gilda è e rimane appannaggio di uomini per i quali i meccanismi di difesa sono immutabili. Nessun progresso, nessuna idea, nessun miglioramento. Solo mantenimento. Solo muri a difesa del conquistato. Nessuno che venga dal basso disposto a rischiare per le proprie idee, nessun rischio, solo certezza. La certezza, come si sa, è figlia del minimo rendimento, del minimo risultato, della minima operatività: se non fai non puoi sbagliare.
Scopo della gilda non è fare, ma avere potere e influenza per mantenere lo status quo.
Molto spesso la gente usa riferirsi ai membri delle gilde a cui partecipa come amici e/o parenti. Oggi viene reputata cosa del tutto naturale che se devo assumere un impiegato, o se sono in condizione di poter favorire qualcuno, lo si faccia nei confronti dei membri delle gilde a cui si appartiene. A nessuno viene in mente che allargando l’orizzonte potrebbero trovarsi gente più in gamba, preparata o entusiasta e quindi più determinata a ottenere risultati positivi. Per tutti è sempre meglio avere un “amico” o un “parente” (che appartiene cioè ad una gilda) per una qualsiasi attività. Cioè meglio un mediocre individuo, ma appartenente alla propria gilda, che un estraneo capace. La cultura del favore, della tenuta di una contabilità mentale, in dare e in avere, di favori fatti, da fare, da restituire e da pretendere, in cui si sostanziano gli interscambi tra gilde, comporta un’assoluta immobilità nella creazione di utilità e valore per l’intera comunità. Chi mai infatti si sforzerà di produrre più del sufficiente quando tutti sanno che per l’incarico ricevuto occorre ringraziare un favore reso tempo prima, anch’esso ai limiti della sufficienza?
Se quindi si immagina la vita sociale come insieme di gilde, dalle regole ferree, accettate e volontariamente osservate da tutti i loro membri, che si intersecano l’un l’altra, dominate dalla volontà di difendere se stesse e i suoi componenti, è facile capire come l’intera nazione sia bloccata in relazioni orizzontali e verticali tra gilde, in relazioni trasversali per interessi di difesa, o per la conquista di un minimo diritto, occupate anche in attività illecite per lo Stato ma tollerate per il bene delle gilde, senza alcuna produzione di maggiore utilità per tutti.
Le gilde forti diventano sempre più forti, quelle deboli vogliono diventare più forti e lo Stato non può far altro che accontentare ora l’una ora l’altra amplificando nel tempo il loro valore e il loro potere di difesa ed esclusività. L’eccezionalità dell’ordinamento delle gilde è che ciascun affiliato, dal più infimo al più potente, difenderà la gilda con tutte le sue forze, per garantire la parentalità dell’affiliazione e i diritti acquisiti, contro lo Stato e tutte le altre gilde. Se il cittadino obbedisce di mala voglia alle leggi dello Stato, la legge della gilda è osservata con entusiasmo da tutti.
Questo entusiasmo e l’assoluta convinzione che il meccanismo descritto sia il migliore possibile, genera la falsa illusione che l’azione delle gilde sia positiva. E’ invece vero l’esatto contrario, proprio a causa della chiusura (in e out) della stessa, dell’impermeabilità ai cambiamenti, della assoluta incapacità di adattamento a possibili mutate condizioni economiche esterne, al silenzio sull’apparteneza di alcuni membri a gilde malavitose. Un esempio per tutti: ben dieci anni prima tutte le associazioni industriali conoscevano benissimo che la chiusura dei mercati alle importazioni cinesi erano destinate a terminare. In tutta l’europa solo gli italiani sono stati capaci di indignarsi quando la fatidica data è arrivata. Gli altri paesi, nel bene o nel male, oltre a non aver dimenticato gli impegni, hanno cercato di porvi rimedio. Noi no, abbiamo preferito difenderci con i dazi.
Le gilde si moltiplicano, si diffondono, si allargano, si trasversalizzano. E in questo processo a farne le spese sono le libertà (vere) dei cittadini e le funzioni tipiche dello Stato, che vengono inquinate, offese, limitate ….. fino a scomparire del tutto?
Può lo Stato democratico e quelle piccole comunità di liberi pensatori ancora esistenti difendersi dall’assalto totalizzante delle gilde?
Alla storia la risposta.