Draghi si smarca e gioca l’asso di briscola.

Ieri il Governatore della banca d’italia ha fatto il suo annuale intervento. Esso giunge dopo una serie di esternazioni di contorno all’insediamento del nuovo governo. Ha parlato confindustria, ha parlato l’istat (come al solito senza dire niente), hanno parlato i sindacati (senza nulla volere). Berlusconi, presente all’incontro di confindustria, aveva fatto suo l’intervento della marcegaglia, trasformandolo nel programma di governo. Ieri non è successo tanto. Lui non c’era. E già questa è una dichiarazione. Ha fatto dire che l’intervento era “condivisibile ed in linea col programma di governo”. Cioè che nel brodo del nulla ci può stare anche la banca d’italia. Ma perchè la distanza da Draghi? Nessuno lo ha fatto notare. Tutti a sperticarsi su quanto, di loro specifico interesse, sembrava essere contenuto nell’intervento, e cioè che le tasse sono alte (ed infatti, sottolineano, il berlusca le diminuirà) Ampliamo lo sguardo. A me pare che Draghi, nel suo secondo intervento da Governatore, sia uscito dagli schemi di potere costituiti, si è spostato verso l’europa e da consulente esterno si fa contestatore. La Banca d’Italia non ha oggi alcun ruolo di governo delle variabili monetarie, delegate alla BCE. E’ diventato un centro studi, con qualche delega sul controllo del mercato bancario. Le maggiori banche italiane hanno ormai dimensione europea, quindi anche lì c’è poco da fare. Chiude l’ufficio italiano dei cambi e le sedi periferiche, tanto per dire. E allora Draghi si smarca. Non ha più il dovere di restare al centro del sistema italiano. Anzi, comincia a rappresentare un braccio finanziariamente armato della Bce e quindi della politica finanziaria ed ecoomica della UE, e cioè della germania. Infatti vediamo, per punti, cosa emerge dal suo discorso:

Sulla crisi finanziaria mondiale

non ancora finita dice che le funzioni di controllo e le regole sono saltate e che non servono a niente. Cito testualmente “ Le istituzioni finanziarie, e tra esse alcune delle maggiori banche internazionali, hanno dato ulteriore impulso a questo processo, con la creazione di una sorta di sistema bancario ombra, composto di veicoli specializzati nell’investimento e nella provvista di fondi sul mercato dei prodotti strutturati di credito. Non consolidate nei bilanci delle banche e sottoposte nei maggiori centri finanziari a requisiti contabili e prudenziali assai poco stringenti, queste entità operavano con presidi di capitale trascurabili, forti sbilanci di liquidità, un disallineamento estremo di scadenze tra attivo e passivo, anche a causa di lacune nelle regole prudenziali precedenti Basilea II.” Insomma una debacle del sistema. Tutte le banche centrali, tutti i sistemi di controllo, compreso Basilea II, hanno miseramente fallito. Come risolvere il problema? Draghi dice che non si risolve. Gli operatori tradizionali sbagliano, come quelli innovativi, e le regole stringenti non bastano. Infatti “Alla fine degli anni ottanta, ben prima che si diffondessero i prodotti finanziari strutturati di oggi, la crisi delle savings and loan banks costò ai contribuenti americani oltre il 2 per cento del prodotto interno lordo annuo degli Stati Uniti. La crisi delle banche giapponesi, in anni appena più vicini, ha avuto costi ancora più pesanti.” Ne deriva che la crisi attuale stia finendo grazie agli interventi della banche centrali, pronti e coordinati, ma “senza precedenti” in ampiezza. Il sistema bancario ombra creato dalla speculazione leonina si salva con l’intervento delle banche centrali, che salvano il sistema, ma non sono in grado di regolamentarlo. Anzi, sarebbero forse in grado, ma non vogliono farlo, perchè lo impoverirebbero, quindi decidono di fare poco, tranne salvarlo per il bene generale. Il meccanismo che descrive Draghi è una versione americana e holliwodiana della vecchia catena di Sant’Antonio, vero e proprio sistema bancario ombra in cui alcuni si arricchiscono a spese di molti. Se qualcuno è interessato e non conosce il fenomeno può leggere il mio racconto “La Ricevuta Blu” in questo stesso blog. La crisi finanziaria appena passata (se passata) è stata debellata a suon di dollari ed euro stampati e immessi a man bassa nel sistema. Chi paga? Il contribuente, attraverso la crisi economica mondiale e l’inflazione. Da cosa si genera l’inflazione? dal fatto che qualcuno stampa denaro, è ovvio. L’Istat rileva l’inflazione? No, perchè la statistica è truccata. In questo modo il popolo viene privato dei mezzi monetari a beneficio degli speculatori, che si arricchiscono. Questa fu una delle cause del crollo dell’impero romano. E’ uno dei più classici “treni impazziti” che hanno fatto crollare le civiltà del passato. Immediatamente si ha solo una redistribuzione dai poveri ai ricchi, ma è solo temporanea. Quella ricchezza è sperperata, non inestita in mezzi di produzione, quindi si ha un impoverimento generale, avvertito da chi ha pagato di più. Leggi il resto dell’articolo

La ricevuta blu

Lo studio biedermeier era oscurato da tendaggi doppi di broccato rosso. A destra, il balcone socchiuso lasciava penetrare una lama di luce scintillante, proiettata verso il tavolino da tè, alla sinistra di Don Vito, seduto sul divanetto color crema. Guardava fuori, verso l’aranceto davanti la sua casa, immerso nella luce blu riflessa dalle foglie scure.
Abbassò lo sguardo sorridendo leggermente: <<Ora ca t’accattasti ‘a BMW, facisti ‘a festa a to figghia pa comunione, chinn’a ffari di tutti sti picciuli?>> chiese a Manazza che stava rispettosamente in piedi, con un bicchiere di acqua fresca in mano.
<< Don Vito, col Vostro permesso, c’ho me matri ch’è vecchia e du figghie di matrimonio. Poi qualche risparmio, che fa, non ce lo devo mettere da parte pi quannu sugnu vecchiu?>>
<< vecchio, vecchio, ma che è sta mania di pensare alla pensione. La pensione ce l’hanno gli impiegati delle poste, come Rugna, tò cucinu, ma noi pensiamo ad altro. Manazza, oggi i picciuli si devono muovere, se stanno fermi muoiono. I mantrini siddu i cogghi e ti manci, figghiano, se no arrestano ddà>>
<< Ah, Don Vito, sapete quei mantrini ca mi daste pì me mugghieri, erano duci duci, i megghiu di tutta Palemmo>>
Don Vito sorrise a Manazza, e gli porse la mano da baciare. Esile nella sua palma larga e scura, sfiorò con la fronte le nocche bianche e azzurre di sangue venoso.
Uscì in un piccolo disimpegno, tutto incartato a strisce rosse e crema, con due tappeti intonati che invitavano ad uscire verso la porta. Una busta bianca schermava lo scintillio del vassoio d’argento sopra un minuscolo tavolino svuotatasche di ciliegio.
Manazza prese la busta e osservò come la carta, intorno alle pieghe, si industriava di fare spazio al contenuto, tutta grinze e pieghette. Era piena, grossa. La schiacciò tra indice e pollice per saggiarne il reale contenuto. Gli affari andavano bene, sempre meglio.
Fece scivolare la busta nella tasca degli ampi pantaloni di flanella grigia, da lavoro, sformati, e si avviò all’uscita mettendosi il berretto. La chiara luce della piana dove il verde virava al blu gli diede un senso di liberazione. Stava facendo proprio un buon lavoro.
Si avviò verso Marezza a piedi. Conosceva quella strada come le rughe intorno ai suoi occhi. Grandi giardini di agrumi si nascondevano dietro muraglioni, a secco, a conci di tufo, oppure ammorbiditi da curve di malta passata a mano. Il muro di cinta del fondo Allegra, subito a destra, l’aveva costruito suo padre. In cima la uacina sosteneva pezzi di vetro verde di antiche bottiglie di birra, mostrando le passate della cazzuola, le carezze che lui aveva fatto alla sommità del muro. Girò a destra, poi a sinistra, fiancheggiando il fondo La Rosa, nascosto da un muro ancora più alto, con i conci di tufo giallo reso smorto dal tempo, infangato, improvolazzato. Poi giunse ai muretti del Fondo Sinagra, bassi, a secco, che ogni anno perdevano le pietre. Poteva vedere la vecchia casa abbandonata e il giardino di erbacce soffocare gli alberi bassi di limone. Ogni volta che passava davanti a un cancello gli bastava uno sguardo a destra e a sinistra per capire chi c’era, cosa stesse succedendo e soprattutto se stessero lavorando o no. Altre informazioni le riceveva dalla strada: le cacate dei cavalli e delle mucche, le tracce di pneumatici da trattore, da camion, quelle sottili dell’Apa di Mastro Sorrentino che andava a fare qualche innesto, quelle col sopraruota di ferro del carretto di Don Curria, che trasportava letame.
In alto, quasi alle pendici del colle che guardava al mare lontano, un filo di fumo sorgeva da una casupola cadente, nascosta tra gli aranceti del Fondo La Lumia. Quella era la raffineria col chimico sudamericano, e lui ci stava portando i soldi.

La periferia di Mesalmari è come quella che ci fa vedere la televisione quando ci sono i servizi sui morti ammazzati in Palestina: su tutto si stende una patina di giallo. Gialla la polvere, gialle le strade non asfaltate, gialli i conci di tufo delle case in costruzione, a due piani, abitate da anni. Stormi di ragazzini con i vestiti gialli di pruvulazzu danzano per le stradine, per i crocicchi, davanti e dietro le case, giocano tra i cumuli di sabbia di fiume dimenticata dall’ultimo avanzamento lavori, le pale e le carriole, gli alberi di fico ingialliti.
La piazza del paese, con la Matrice e il Municipio, è grande e bianca. C’è il bar e il circolo dei civili. E c’è sempre un sacco di gente in abiti scuri che parla, prende il caffè, incontra qualcuno.
Il rag. Polizzi, che fa le pratiche agronomiche per i contributi, sta prendendo il caffè con il Dott. Rampuglia, da anni Direttore della Filiale del Banco di Sicilia. Rampuglia è al terzo quella mattina e chiede un Hag.
<< E quella pratica per il finanziamento del fondo Russello, com’è finita?>> chiede Polizzi.
<< la Commissione Agricola si deve riunire a Palermo. Io la pratica l’ho istruita e i parametri sono corretti>>
<< E la sua valutazione?>>
<< non c’è pobblema, io le osservazioni positive ‘i fici. D’altro canto le ipoteche sugli altri fondi sono cartolari, quindi si può procedere>>
<< Benissimo. Glielo chiedevo perchè già mi sollecitarono. Per ora c’è un gran casino in giro. Tutti quanti non hanno più testa, anzi più soldi.>>
<< Mii, ma lo sa che mi hanno chiamato alla Sede perchè ho dovuto chiedere fondi liquidi aggiuntivi alla Centrale, la quarta volta in quindici giorni? Il Direttore era incazzato nero. Come, mi fa, ma con una cassa media giornaliera positiva da mill’anni oggi ci chiede cento milioni al giorno di liquido? ma che minchia sta succerenno? E cche minchia me ne fotte? Io che ne so? La gente si presenta allo sportello e preleva. Glieli devo dare i soldi, o no? e allora ca mi mannassero i picciuli>>
Polizzi sorrise obliquo. Schioccò la lingua attorno alla saliva raddensata dal caffè ristretto.
Uscendo dal Bar la Piazza gli sembrava quella di sempre. Sempre la stessa gente, le stesse parole. Negli ultimi tempi qualcuno spuntava con una macchina nuova, usata per carità, magari una Uno rossa. Si vedevano in giro più spoiler e si sentiva più spesso a distanza il bum bum dello stereo nuovo e il lunotto con l’adesivo della scritta Kenwood al contrario. C’era stato anche il caso di Gaetano Tavolozzo, che aveva sposato la figlia alla sala Duca Della Piana con quattrocento invitati, ma anche in altri tempi ne avrebbe invitati duecentocinquanta, almeno. Si diceva che la figlia aveva il vestito di Valentino, ma lo dicevano sempre, poi erano tutti della sarta del paese.
Qualcosa era cambiato, in effetti. Si sorrideva, quella era la novità.
Sorrisi trattenuti, occhi scintillanti, ciglia in evidenza, quell’aria di scherzi da studenti, quando si dice “mutu cu sap’u jocu”
Ma il cambiamento più grande erano le notizie del paese, la sera, all’ora di cena. Ora c’era un solo argomento, un solo pensiero, condito dal senso di vigilia di Natale, con i pacchi dei regali sotto l’albero. Ora l’espressione dominante sul viso dei familiari era di felicità trattenuta, di stupore, di sorpresa, come se l’Età dell’Oro fosse ricominciata. Con quell’espressione, con quel sorriso la moglie di Polizzi ogni sera gli faceva il resoconto della giornata di lavoro all’ufficio di Benigno, il luogo in cui sembrava ci fosse una cornucopia a elargire ricchezza senza fatica.
<<Il Cavaliere Sansiero ha versato cinquanta milioni, il Dott. Brucato, lo sai, quello del negozio di mobili, ha versato trenta milioni, poi Michè, incredibile, è venuta una macchina da Palermo, ma ci pensi?, da Palermo, una merdeces .>>
<< Mercedes, Pina, si dice Mercedes>>
<< si, si, quella lì, dicono che è sceso un signore coi baffi, che aveva pure il criato, e ha versato 80 milioni, ma ci pensi? Io la mia ricevuta ce l’ho nel cassettone, e me la guardo, me la guardo bene. Lo sai che mi ha detto Pinuccia?>>
Il ragioniere bofonchiava qualcosa mentre si portava la forchettata di spaghetti freddi in bocca.
<< Pinuccia ci ha versato duecentomilalire tre mesi fa e ieri ha riscosso, peppì, lo sai quanto? Oh madonna mia, Pinuccia!>>
<< No, quanto ha preso?>>
<< un milione! Un milione! da 250.000 a un milione in tre mesi>>
<< e che ha fatto dopo?>>
<< lo sai che mi ha detto? Pina, Pina mia, io quando li ho avuti in mano, non ci credevo. Quello, Benigno, glieli ha messi di persona uno sull’altro, in mano. E rideva. E lei, mi fa, Pinuccia, non ho resistito, mi sono tenuta i miei 250.000 e ho versato il resto, brava, brava Pinuccia gli ho detto, così fra tre mesi lo sai quanto si prende, eh, Peppì, ho fatto i conti, si prende tremilioniducentomilalire …. tremilionieducentomilalire … Peppì, quell’uomo ha la mano santa!>>
<< Zitta, zitta, parla piano, che qua i muri sentono!>>
<< si si, Michè, ma poi chiminchiasenefotte! Lo sai che mi ha detto Lucia? Che pure il maresciallo c’ha versato quattrocentomilalire>>
<< Vero !?>>
<< ‘ncàcomu!>>
<< Minchia, pure lui. Ma senti Pina, ma siamo sicuri?, un vulissi ca …. lo sai comu finisce, chiddu spirisci e nuatri i picciuli unn’i viremu cchiù>>
<< Michè, ma chi ddici, ma si puru Don Vito ci mise …>>
<< Don Vito? Ma chi, Don Vito ….>>
<< Se, se, Don Vito ….>>
Anche quella sera Pina fece faville a letto. E la stessa cosa succedeva a tutti i suoi compari: pareva che le mogli mangiassero peperoncino tutto il giorno. Facevano cose da pazzi. Cose da picciotti. Cose che non facevano più da quando erano fidanzati e si doveva rispettare la verginità. Quell’odore dei soldi gli scatenava addosso una foia mai vista prima.
E tutto questo darsi da fare nelle lenzuola non faceva che ingrandire i sorrisi trattenuti, e aumentare le occhiate oblique. Mutu cu sap‘u jocu.

Giovanni Benigno era la quintessenza della salute. Sui trent’anni, alto e bello come un attore, capelli lunghi corvini, sempre vestito con un abito blu di ottimo taglio, scarpe nere lucide fino allo spasimo, si cambiava la camicia bianca due volte al giorno. Era figlio di Gaetano, il tabacchino vicino la piazza, e aveva studiato all’Università a Palermo. Aveva dato qualche esame e poi aveva aperto un’agenzia di prestiti, di cessione del quinto, lì a Mesalmari. Un ufficio al pianterreno, con due grandi vetrate fumè dietro le quali non si vedeva nulla. Potevi fare piccole pratiche di finanziamento, un’auto, una moto, e pagare alla finanziaria un tanto al mese. Prestito al consumo lo chiamavano. Poi cominciò anche a vendere polizze di risparmio, quelle che versi un tot all’anno e fra vent’anni ci vediamo. Le polizze andavano così così. A Mesalmari la gente i piccioli li tiene nel cassettone delle lenzuola oppure sotto il mattone o dentro i muri. Poi cominciò a dire che faceva il rappresentante di una società finanziaria del lussemburgo. Cominciò a viaggiare una volta al mese e portava cioccolattini e profumi a mezzo paese. Tutto marchiato dal Duty Free degli aeroporti di Colonia, di Monaco e di Londra.
Cominciò a girare la voce che faceva investimenti lucrosi e sicuri.
A breve scadenza.
Settimane addirittura.
Col raddoppio del capitale investito.
Chi aveva duecentomilalire di cui non aveva che farsene provò. E dopo qualche mese riscosse 400.000 lire.
Si rilanciò.
Diventarono 800.000, poi 1.600.000, e dopo 18 mesi le 200.000 diventarono 3.200.000. Tutti in contanti, tutti sull’unghia. Se qualcuno aveva dubbi, poteva anche rientrare dall’investimento quando voleva, lui diceva che le ricevute avevano una scadenza ma che le comprava lui stesso, ben volentieri, insomma metteva le mani nelle sue sacchette, usciva un pacco di biglietti col fermasoldi d’oro e si faceva firmare la voltura della ricevuta a suo nome, le ricevute azzurre, quelle della cartoleria, quelle che si usano per l’incasso dell’affitto di un appartamento. Sarà successo due o tre volte, perchè di solito appena lui usciva il fermasoldi d’oro con quella montagna di piccioli, chi non si sarebbe fidato? Chi non lasciava i soldi lì, a moltiplicarsi di nuovo?
Lui, sorridendo, raccontava di investimenti in Brasile, petrolio, poi raccontava di acquisti spot di oro, di diamanti, e poi di nuovo petrolio, di terreni bonificati in argentina, della borsa di New York e delle azioni della Microsoft, di internet.
Nel frattempo il suo ufficio raddoppiò gli spazi, si arredò con gusto, mise giù un sacco di computer e di segretarie, tutte bonissime. Lui ogni tanto appariva dal suo ufficio, fresco e profumato come una primula, si faceva dare un blocchetto nuovo di ricevute e dopo un pò accompagnava fuori l’investitore di turno. Faceva nomi e cognomi al telefono, tutta gente di su, della Fiat, dell’Alfa, La Banca del lavoro, la Banca della Madunina, e le femmine del paese scoprivano quei nomi sulle riviste dei parrucchieri, e si scambiavano occhiate sotto i caschi della messainpiega, oggi ha parlato con Lulù, domani va a trovare l’On. Caio, si incontra a Roma col Ministro Sempronio, quando è a Roma va a cena con la Carla, la nuova compagna del calciatore, comu si chiama? Angiolillo, Angiolillo!
Per tenere buone le comari del paese arrivava ogni mese con una nuova findanzata. Tutte belle donne, e tutte straniere. Una volta arrivarono pure le veline di Striscia La Notizia, e le portò al Carciofo D’oro. Fecero bisboccia, poi la sera ritornarono a Palermo e per un paio di giorni non si fece vedere.
E partiva, arrivava, sempre in movimento.

Dopo un anno che Benigno aveva rinnovato l’ufficio, la locale Agenzia delle Assicurazioni Generali ricevette la visita dell’ispettore della sede di Catania. La sottoscrizione di polizze agricole contro la grandine era scesa del 65%, un peggioramento troppo vistoso. La visita era stata preceduta da una richiesta di informazioni, dalla visita dell’agente generale di Palermo e la risposta era stata sempre la stessa: i contadini non si assicurano più. L’ispettore chiedeva il nome della compagnia di assicurazione che in zona aveva deciso di fare una politica commerciale aggressiva, molto più efficace della loro. Ma loro rispondevano che non c’era. Semplicemente la gente non si assicurava perchè riteneva di non correre rischio, o meglio, che se cadeva la grandine non gliene fotteva niente. Ma Luigi La Rosa, catanese, stentava a crederlo. Sapeva benissimo che il siciliano non crede nelle assicurazioni, per fatalismo, per ignoranza, per cattive esperienze, ma lì un bel lavoro si era fatto, le polizze, anche se non molte, venivano regolarmente rinnovate, anno dopo anno. C’erano stati casi di liquidazione di danni da grandine che avevano salvato famiglie intere dalla fame più nera.
Luigi la Rosa non era mai stato a Mesalmari.
Mentre percorreva l’autostrada pensò ai tempi in cui, ispettore di primo pelo, andava girando i paesi montani dell’entroterra ennese, Assoro, Leonforte, Nicosia, con le case che addentavano le montagne, le strade scoscese lastricate di pietra, il freddo, l’isolamento. Se con gli assicurati parlava di Rischio Grandine quelli lo guardavano come a dire – cos’era il rischio? la grandine c’era o non c’era, se non veniva si mangiava, se veniva si crepava di fame, dov’era il rischio, anzi cos’era il rischio? La grandine la mandava il buon Dio, alla fine. Il peggio era quando gli spiegava che loro non potevano rimborsare tutto il grano che avrebbe prodotto il terreno, quello non lo sapeva nessuno, ma solo quello che normalmente produceva. E il contadino a dire che no, quell’annata era stata eccezionale fino alla grandine e si poteva essere certi in un raccolto di cento quintali, e lui a dire che non si poteva sapere, e che quindi l’assicurazione avrebbe liquidato solo il normale, i cinquanta quintali. E i contadini se ne andavano, con in tasca i soldi pari al costo calcolato dei cinquanta quintali, solo quello, se ne andavano sapendo che avrebbero fatto comunque la fame, forse non così nera, se ne andavano sentendosi truffati, comunque, perchè l’assicurazione era stata più furba.
Dai curvoni in discesa della valle dell’Imera, sotto Polizzi Generosa, il grande verde della Sicilia dilagava fino al mare. La terra grassa irta di piante di carciofi tardivi, i più dolci.
Allo svincolo prese la Scorrimento Veloce per Agrigento e ricomiciò a salire per Mesalmari, una campagna non più tale, un susseguirsi di agglomerati nuovi, affastellati, confusi, senza confini e dispersi senza logica e senza un perchè.
A Mesalmari arrivò dalla statale, dopo cinque chilometri di tornanti, e alla periferia il suo viaggio rallentò fin quasi a fermarsi. Tra le macchine in doppia fila, le signore che uscivano da un parcheggio e si affiancavano in un altro venti metri più in là, la velocità a passo d’uomo e le frotte di bambini che giocavano in strada, ci vollero più di quindici minuti per fare gli ultimi duecento metri, fino allo stradone. Quindici minuti in cui la sua auto blu, la Lancia dall’aplomb ministeriale, fu completamente ricoperta da una cipria gialla e appiccicosa.
Arrivò alle 12,30 e Benfante gli propose di andare subito al ristorante, così avrebbero potuto parlare più comodamente.
Al Carciofo D’oro, non c’era il menù, e non dovevi avere problemi coi carciofi. Appena ti sedevi cominciavano a pioverti portate su portate di carciofi nelle più svariate fantasie, in tutte le tecniche di cottura e per tutti i gusti. Dopo le prime sette, non sapevi più se eri ad una serie di primi, o se stavi ancora agli antipasti.
Luigi, dopo i primi convenevoli, passò al sodo.
Benfante rispose che sui 12 mesi precedenti erano avanti del 25% con le assicurazioni auto e indietro del 60% sul comparto agricolo.
<< quindi non è cambiato niente>>
<<purtroppo no>> rispose Benfante come togliendosi un peso.
<< senta Benfante, mettiamo le cose in chiaro, lei stesso, visto l’andamento, sta perdendo un sacco di provvigioni, ma non è preoccupato?>>
Benfante controllò mentalmente il solito mezzo sorriso paesano, pensò alla ricevuta da 4,5 milioni datata 15 mesi prima del valore ad oggi di 12,5 milioni, ben riposta in fondo al portafoglio nella tasca interna sinistra della giacca, fece la faccia scura e disse << ma certo che sono preoccupato, quanto lei, se non di più, ci sto perdendo un sacco di soldi, minchia se ci sto perdendo>>
<< e allora? come crede di procedere?>>
Benfante aveva passato gli ultimi due giorni a pensarci. Aveva consultato pure la moglie. E si era deciso.
<< Senta qui la gente è presa dalla febbre degli investimenti >>
<< e cioè?>>
<< e cioè investono>>
<< con le polizze vita ?>>
<< no, non con quelle>> Benfante aveva abbassato la voce.
<< e allora? Non mi dica che giocano in borsa via internet!>>
<<No, no>> rise Benfante mentre si guardava in giro. Si sporse verso di lui.
<<Il fatto è che qui c’è qualcuno che ha messo su un giro di investimenti all’estero, sicuri e molto, molto proficui>>
<< Qualche finanziaria, Fondi Comuni>> tentò Luigi con aria sicura
<< no, no, quella è roba che frutta poco>>
<< vuol dire che cede di più?>>
<< minchia se paga di più, ad oggi siamo al 100% in dodici mesi>>
Le parole “100%” e “dodici mesi” aprirono il cervello di Luigi fulminando il campo logico dell’impossibilità. << Quanto ha detto scusi?>> chiese.
Benfante si guardò di nuovo intorno con la coda dell’occhio poi ripose:
<< 100% all’anno>>.
Per Luigi c’erano tre soluzioni: Benfante lo prendeva per il culo, qualcuno prendeva per il culo Benfante, oppure sotto c’era qualcosa di losco. Le prime due soluzioni erano poco probabili, la terza possibile e pericolosa.
Luigi disse: <<Chi>>
e Benfante rispose con aria svagata: << Uno>>.
E Luigi capì. Quel numero, usato come pronome, era il frutto dell’evoluzione secolare della cultura indigena. Indicava semplicemente che quella data azione era stata compiuta da persona che, nota a tutti, doveva restare segreta. Che l’interlocutore, se voleva, poteva conoscerne il nome, ma così facendo andava incontro alla regola del fatti i fatti tuoi e quindi del silenzio, obbligandosi ad usare lo stesso pronome con estranei al segreto. Che l’interlocutore, se ritenuto degno, poteva anche partecipare al’affare, ma a quel punto per lui non sarebbe stato più possibile tirarsi indietro, quale ne fosse il rischio.
In Agenzia Benfante gli fece vedere un trafiletto che era uscito tre settimane prima sul Giornale di Sicilia, poche righe, dal tono sfottente ma in fondo omertoso, in cui si riportava il fenomeno del boom di investimenti nel paese e il contemporaneo calo di depositi alla filiale del Banco di Sicilia. Ci si chiedeva che razza di mistero di fosse. Non si capiva se il giornalista fosse arrivato a conoscere l’identità segreta dell’Uno, ma se lo aveva fatto, aveva onorato il contratto del silenzio.
Dopo un’ora di analisi dei numeri dell’agenzia, di verifica dei conti correnti e un’analisi a campione delle registrazioni del portafoglio polizze, Luigi decise che Benfante non era cretino, che l’agenzia era condotta bene e il giornale attestava che non lo prendevano per il culo.
A questo punto gli chiese << E Benfante, sentiamo, lei quanto ci ha messo?>>
Benfante lo guardò, sorrise a metà, si passò la mano nei capelli e sorrise di nuovo, un pò più rilassato.
<< Bè certo, anch’io partecipo, piccole cose, sa, come si fa a non farlo? se non lo faccio mi danno del fesso!>>
Luigi lo guardò a lungo e poi bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva in mano.
<< Benfante, la cucina del Carciofo d’oro mette sete. Non ci vada spesso, se no il fegato se ne va a benedire>>
<< un pò pesante eh?>>
<< un piombo>> disse Luigi.
L’indomani l’Agente Generale di Palermo, che gli confermò al telefono la storia. Anzi, anche il capoluogo era in fermento. C’erano stati i primi casi di risparmiatori che cercavano di incassare le polizze già avanti negli anni per dirottare gli investimenti. Nulla di certo, poteva anche essere gente che giocava in borsa, ma le chiacchere correvano. Il nome che cercava era Giovanni Benigno. E ciò che succedeva stava sotto il nome di catena di S. Antonio.
Disse alla Direzione Centrale di Roma che a Mesalmari non c’era nulla che non andasse, solo che l’economia locale era in una fase di difficoltà momentanea a causa di un paio di raccolti andati male. Che aspettassero la ripresa.

Giovanni Benigno, a bordo della sua Bmw 525 bianca, saliva per le stradine degli aranceti. Quando arrivò al cancello del giardino di Don Vito rallentò quasi a fermarsi e sporse il muso dell’auto oltre l’entrata. Vide a cento metri un contadino che alzò la mano in segno di saluto. Mollò la frizione e l’auto ballonzolò delicatamente sul ghiaietto del viale d’accesso.
Don Vito lo attendeva sul ballatoio della doppia scalinata. Aveva un nuovo cappello bianco che copriva nell’ombra i suoi occhi azzurri velati dalle sopracciglia rade e bianche.
Salì a due a due gli scalini e prese la mano di Don Vito inchinandosi leggermente.
<< caro Giovanni, è una benedizione vederti qui da noi. Vieni e levati la giacca, fa troppo caldo oggi.>>
<< Don Vito, mi fa piacere trovarvi bene>>
<< sei molto gentile, è un buon giorno oggi. Tu, piuttosto, che hai?>>
<< solo un pò di stanchezza>>
Don Vito lo fece accomodare e gli chiese degli affari.
Lo studio era nella solita penombra, il balcone socchiuso, lasciava entrare un filo d’aria e il canto sporadico di qualche passero sulle palme che fiancheggiavano la scalinata. Dalla porta d’ingresso entrava sottile il profumo di caffè insieme al delicato borbottio della fine dell’infusione della moka.
Dopo 38 mesi dall’inizio dell’attività la curva del saldo netto di cassa era quasi zero. La macchina si era fermata, gli incassi superavano di poco i pagamenti, che si facevano sempre più frequenti e consistenti.
<< Bene>> disse << il momento sta arrivando. Quanto abbiamo incassato dall’inizio?>>
<< 24 miliardi e 250 milioni>>
<< va bene così, mi aspettavo di incassarne 12 netti, ma tu sei stato molto bravo, bravissimo. Ora ti aspetta la tua isola. Organizzati. I fondi del tuo onorario sono già stati trasferiti, 1 miliardo presso la Offshore Manhattan & Tuamotu Bank di Paeua a Manihi , su un conto cifrato>> disse Don Vito, porgendogli un foglietto col codice << Quando lo incassi devi chiamarmi dicendo alla mia Peppina, la criata, che le panelle fritte sono pronte. Ma dimmi, ce l’hai ancora la tua ricevuta?>>
<< Certo Don Vito>> fece Giovanni sorridendo, mettendo mano al portafoglio ed estraendo una ricevuta azzurra, su cui era impressa la data e l’importo di 150.000 lire. La firma era quella di Don Vito.
<< Questa ricevuta ti ha fruttato il 100.000 per cento in 38 mesi, lo sai?>> rise << Mi pare di leggere il vangelo, il chicco cade nel terreno fertile e produce quando il 10, quando il 20 quando il 100. Alla mia età il Vangelo si comprende meglio. Per esempio in quest’affare sono stato Cesare, da un lato distribuisco pane e giochi e dall’altra prelevo denaro. Una mano dà, l’altra toglie, ma sempre per il bene comune, per investire negli affari.>> disse Don Vito, senza cogliere alcuna intelligenza nel volto di Giovanni, che lo guardava in attesa.
Don Vito non avrebbe detto altro e Giovanni gli si avvicinò, per accomiatarsi.
<< Don Vito, io volevo ringraziarvi, …..>>
<< No, no, Giovanni, per carità, odio gli addii>> disse porgendogli la mano.

Cinque giorni più tardi, il 14 giugno, il Giornale di Sicilia pubblicò la notizia che il consulente finanziario più ricercato dai siciliani, tal Giovanni Benigno, era stato rinvenuto nel portabagagli della sua Bmw bianca in fondo alla scogliera di Dover dalla polizia britannica. Si pensava che fosse diretto a Londra per incassare il frutto dell’azione criminosa condotta sui suoi concittadini di Mesalmari.
Alle 18,30 di quello stesso giorno Giovanni chiamò da una cabina telefonica nella piazza antistante la Banca Offshore, ombreggiata da giganteschi alberi del pane. Il fragore lontano delle onde oceaniche che schiumavano sulla spiaggia bianca come il gesso si sentiva fin dentro il microfono del ricevitore. Un telefono lontano migliaia di chilometri squillò all’interno di uno studio ombroso, con il profumo di zagara che penetrava dalle imposte del balcone aperte. Peppina aveva alzato il coperchio della pentola in cui bolliva il sugo col tonno ammuttunato, abbassò il fuoco e andò a rispondere.