Future

pantamoon

Premette il tasto “enter” del suo MorePhone e il contratto future di un milione di barili di greggio brown sugar da consegnarsi l’11 settembre nel Golfo del Messico fu confermato, chiuso, registrato. Si rilassò sulla poltrona in fondo al suo executive, poi chiamò il suo agente per la conferma del trasferimento di 250 milioni di euro sul conto private della Barclays Bank, Central London. Duecentocinquanta euro a barile. Era ancora un prezzo troppo basso per la sua vendetta, provocava ancora ben poche emozioni sapere che in quel medesimo istante, nella sala del NYSE, l’assurda urgenza stava esplodendo in un’ennesima onirica follia, che i programmi automatici di gestione dei portafogli stavano scatenando un putiferio di transazioni automatiche di copertura. Vendere, vendere, vendere.
Si mise a ridere. Quanta vecchia gente avrebbe spento i riscaldamenti o preso la bicicletta, quel giorno, sol perchè lui aveva premuto quel tasto? E quanti avrebbero pedalato per chilometri per andare al lavoro? La vecchia america e la vecchia europa! A furia di pedalare a quanti di quei vecchietti sarebbe saltato il cuore? E quanti miliardi di euro avrebbero cambiato proprietario, svelando il baratro del fallimento a molti, socchiudendo le speranze di tutti?
Nessuno dei suoi contemporanei poteva minimamente immaginare la profondità della mutazione cercata e compiuta nella sua vita, tanto profonda da poterla credere, di diritto, come la rappresentazione della Via predisposta dal Profeta, come la costituzione dello strumento del grande riequilibrio.
Strinse gli occhi, chiedendosi se 300 o 400 euro fosse il prezzo sufficiente della vendetta.
La vendetta su un giorno qualunque dei tantissimi dei suoi quattro e poi cinque, e poi sei e sette anni, in cui teneva la manina dentro quella del padre, grande come un badile, fuori dai supermercati di mezzo mondo occidentale, a chiedere qualcosa a chi usciva ancora col portamonete in mano. E per quella parola, ripetuta ad ogni sua domanda sulla fame, sul freddo, sulla fine della speranza, sulla sopportabilità di una vita di inutili sacrifici in mezzo alla più sfacciata, irraggiungibile abbondanza:
“si Omar, noi POSSIAMO!”.

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Idrocarburi e consumismo, le cosmodroghe.

Normale?

Mi rendo conto di essere una voce fuori dal coro, ma che non si possa sopravvivere senza benzina, trasporti e senza la cosiddetta distribuzione è veramente la più grande panzana del secolo, e pupazzi tutti coloro che si fanno prendere dal panico per qualche scaffale vuoto del nuovo idolo del consumismo, il supermercato, o per la psicosi collettiva di quanti prendono l’auto per andare a comprare il pane sotto casa.
Lo so, queste parole sembrano folli, mentre le più illustri personalità della politica economica nazionale si affrettano a invocare <<ogni misura ed intervento volto all’immediato ripristino delle condizioni di normalità>>. Ma a quanti, irriflessivi, mi tacceranno di originalità o peggio vorrei rispondere con la battuta della saracinesca di una delle mie foto: “Normale?, bisogna capire che cosa significa Normale …”
E’ normale essere psicologicamente dipendenti dall’acquisto? mentre si ha la certezza che domani non solo il costo, ma anche il mancato profitto di pochi giorni di vendita ricadranno sul consumatore pupazzo che crede di non poter far altro che comprare?, incapace di dire almeno una volta “No Grazie”, nell’assoluta certezza che dopodomani, finita la bufera, i prezzi NON scenderanno, secondo ogni concreta regola di mercato.
Gli accadimenti di questi giorni dimostrano, fuori dal dubbio, che sguazziamo fino al collo nella psico dipendenza da acquisto, energia che sostituisce la più naturale pulsione sessuale. Una cosmodroga, di cui, badate bene, è afflitto solo un quarto della popolazione mondiale. Gli altri tre quarti non hanno idea di cosa sia veder uscire l’acqua da un rubinetto, figuriamoci un supermercato!