Sulle Tracce della Scienza Sacra

Alessandro Pluchino ha immense doti di nocchiero dell’Anima.
Il suo piccolo e iperdenso saggio sulla Scienza Sacra riverbera le note di viaggio di un grande navigatore sulla Lunga Rotta.
Fin dall’antichità erano noti esempi di uomini di mare che sapevano interiorizzare a tal punto la loro presenza sui mari che erano in grado di fare atterraggi perfetti anche con scarsissime informazioni e in presenza di nebbia da giorni e giorni. Oggi, continuando la metafora, queste capacità sono scomparse, visto che tutti crediamo di essere dotati di GPS. Ma la tecnica purtroppo serve il corpo reale, non l’anima o lo spirito.
Il viaggio consapevole di ogni anima sembra ricominciare ad ogni nascita, salvo la possibilità di affidarsi a  nocchieri che descrivono, a volte oniricamente, il loro territorio in meridiani e paralleli.
Negli ultimi cento anni, e soprattutto da quando il grande Albert pronunciò il fatidico “Dio non gioca a dadi” sentiamo ci sia bisogno di ulteriori dimensioni, o livelli da considerare. Il convergere di Arte, Filosofia, Religione e Scienza sembra galopparci dietro le spalle e fermarsi ogni volta che ci giriamo per controllare a che punto di “stranezza” siamo giunti. Migliaia di ciechi cercano di distogliere i nostri sguardi dicendo che è tutto a posto, ma le loro certe parole ormai sono più troppo simili alle bugie.
Alessandro invece ci spinge con sicurezza sulla sua rotta, nitida e senza deriva, su una ragnatela quadridimensionale piuttosto che sulla banale mappa del troppo noto, rivelando per una volta più bandoli che matasse, dai colori accesi di speranza più che di grigio professorale.
Gliene siamo tutti debitori perchè si sa che alla fine i grandi navigatori giungono alla loro meta, a illuminare il cammino a noi che, con poca fede, restiamo indietro.

Noi e i supercomputer autocoscienti

bellepoque.jpg

 

 

Molta gente importante è oggi impegnata a capire cosa accadrà ai computer nei prossimi anni (a noi umani di conseguenza), visto che lo sviluppo delle capacità di queste macchine prodigiose è avvenuto secondo una progressione geometrica.
Io odio le opinioni sul futuro. Il futuro, come tale, non è prevedibile. Qualunque cosa si dica ha quasi nulla probabilità di rivelarsi vera, in diminuzione al crescere dell’intervallo di tempo. Ciò non significa invece che le storie ambientate nel futuro non abbiano un fascino irresistibile, legato alla spiegazione del presente. Quando sono stato coinvolto di recente da F.I. (www.oloscienze.com) in questo tipo di riflessioni, non ho potuto quindi fare a meno di evadere verso altri mondi, evitando di fare previsioni, ma voltolando la realtà attuale, immaginando.
Sulle ricerche annesse, Intelligenza Artificiale etc. non ho letto molto. Molti riferimenti a Minsky e altri vati dell’AI, Tipler e il recente di Seth Lloyd, ma, a parte la fine dell’approccio deterministico alla mente, umana o virtuale (hardware e software), nulla mi ha veramente stupito e coinvolto. Mi sono più che altro divertito a vedere come la ricerca scientifica, come al solito, sia partita da un approccio meccanicistico (pensiero virtuale come somma di memoria e capacità di calcolo) per scoprire che non funziona così. Non ci voleva molta fantasia, considerato che ormai ogni singolo PC può immagazzinare praticamente tutto lo scibile umano, senza che se ne faccia un gran chè.
Ho riflettuto: supponiamo che il mio Mac sia veramente una terminazione nervosa del mio cervello e una specie vivente, una sorta di animale simbiotico. Ci aiutiamo a vicenda. Il suo scopo, perfettamente riuscito, è di immagazzinare ed elaborare informazione, bevendo tutta la mia creatività. E di connettersi ad altri computer, terminali nervosi di altri umani creativi, e accumulare quanti più Giga può di tutto e di più.
Proviamo a metterci nei suoi panni. Proviamo ad immaginare di essere un computer, magari proprio quello che ci sta davanti, col suo bel monitor multicolore, sempre pronto a soddisfare le nostre richieste, nei limiti delle sue capacità. Entro dentro e cerco di “sentire” l’affollamento d’impulsi, le connessioni elettriche e l’emissione di elettroni del monito.

Leggi il resto dell’articolo

Frank Tipler, “La Fisica della Resurrezione”

Un paio d’anni fa, mentre stavo facendo ricerche per il mio romanzo “Nato tre volte”, scovai in libreria il volume di Horgan “La fine della scienza”, edito da Adelphi. Lo lessi d’un fiato.
Horgan è un giornalista specializzato in temi scientifici. Il suo libro fa un giro d’orizzonte su tutti I campi delle scienze (tradizionali e non) per dimostrare che siamo alla fine di questa attività umana, per diversi motivi: la scienza si avvita su sè stessa interrogandosi, oppure confessa di essere arrivata ad un punto in cui nulla può essere detto senza sconfessarsi, oppure ancora si è degradata a mero lavoro di recupero di denaro, oppure, infine, è diventata filosofia-teologia.
Lo stesso Horgan ammette che di fine della scienza si parla inviariabilmente da qualche secolo, previsioni rese sempre ridicole dalla successiva realtà dei fatti.
Di recente mi è capitato di voler rileggerne alcune pagine, scovandovi un riferimento a due autori, un fisico e un paleontologo sacerdote. Del primo, Frank Tipler, Horgan parla diffusamente a proposito del suo “la fisica dell’immortalità”.
Forse per me era giunto il momento di qualche lettura “fou”, oppure il caso mi fece, chissà perchè, sottovalutare le ironie di cui era condita la prosa di Horgan, fatto sta che mi misi a caccia del libro.
Tipler è un professore universitario di Fisica che cominciò ad essere ossessionato da un’idea brillante: se la fisica ha compiuto passi così enormi da poter serenamente dissertare sui primi istanti della creazione dell’universo (Big Bang), perchè non usare la stessa matematica e la stessa fisica per dire qualcosa del suo futuro?
Leggi il resto dell’articolo